Dopo aver filosofato abbastanza a Torino, i nostri personaggi ripartirono per Roma. Giunsero sulle undici del mattino a Civitavecchia, e il cavaliere notò che sotto quella tettoia si erano, quaranta giorni addietro, separati dal conte di Montegalda.

— Che cosa avete fatto del vostro tempo quando siete rimasto solo? — domandò la marchesa Flora ad Almerico.

— Non saprei, veramente; — rispose il giovane, alquanto confuso. — Ero come un povero uomo, rimasto lì, da un momento all’altro, senza impiego.

— Ah, bene! ecco una galanteria; — notò la marchesa Terenziani. — Che ne dite voi, cavaliere?

— Dico, — rispose il Buonsanti, — che dal conte Almerico potevamo aspettarci qualche cosa di più. Senza andare alle romanticherie, — soggiunse, battendo il sostantivo, — ed anche nel genere classico che a lui piace, aveva altri paragoni da trovare.

— Sentiamo che cosa avreste detto voi, nel suo caso; — replicò la marchesa.

— Io? Avrei detto un mondo di cose; tra l’altre questa: son rimasto, signore, come lo schiavo che vede partire i padroni.

— Sarà classica, questa, — osservò Almerico, — ma è debole più della mia. Lo schiavo può vedere nella partenza dei padroni una buona occasione di riconquistare la sua libertà. Chi perde l’impiego perde il suo pane.

— Ah, vivaddio! — esclamò il cavaliere. — Ecco qualche cosa che mi va. Il commento è migliore del testo. —

Si rise molto, seguitando sul tema, ed Almerico si maravigliò con sè stesso di aver potuto dir tanto. Gli pareva fin troppo, figuratevi!