Il nostro giovanotto si separò dalle dame alla stazione di Termini. Non era necessario ad esse, poichè avevano per cavaliere il Buonsanti; inoltre pensò che non fosse delicato andar quarto con loro, per le strade di Roma. Fece adunque riverenza alle dame, le accompagnò al landau padronale della duchessa e chiuse egli medesimo lo sportello, rubando la mano al servitore; poi rimase là, ritto ed immobile, a veder partire la carrozza.

La duchessa di San Secondo si volse ancora a salutarlo con un cenno grazioso del capo. Anche la marchesa e il cavaliere; ma egli, naturalmente, non vide altro saluto che quello. E gli parve che in quel punto gli fosse strappato il cuore dal petto. Ah, lo sentiva allora, quanto fosse stato dolce il suo tormento di quindici giorni alla fila! Era solo, oramai, solo, solo. L’avrebbe pur veduta, quella sera medesima. Ah sì, che era ciò, al confronto della vicinanza di tutte le ore del giorno? delle corse fatte insieme, della mensa comune, degli spassi in compagnia, del saluto serale, col pensiero di riposare sotto il medesimo tetto? Felicità, che sentiamo soltanto quando sei perduta, Almerico di Montegalda ti paragonò allora con la sua solitudine.

Almerico di Montegalda salì in carrozza a sua volta e si recò al suo quartierino solitario di Fontanella Borghese. Un’ora dopo ricompariva al ministero di grazia e giustizia, per occupare il suo posto.

Il ministro era all’ufficio, e Almerico domandò di potersi presentare a Sua Eccellenza.

— Venga, venga subito! — gridò, balzando in piedi, il più nervoso e il più dolce dei guardasigilli. — Ebbene, così presto? — soggiunse, dopo aver stretta la mano del suo segretario. — Avevate libertà di più lunga assenza, e non vi è piaciuto di usarne?

— Eccellenza, non mi vuole? — disse Almerico. — Le son dunque così inutile?

— No, perbacco, e vi voglio. Mi siete mancato più volte, perchè, lo sapete, nessuno mi contenta come voi. Ma io abomino gli egoisti, caro Montegalda, e il mio odio, per essere ragionevole, deve incominciare da ogni sentimento di questa natura, che potesse nascere in me. Vi sapevo felice, e ciò bastava a farmi paziente. —

Almerico rispose alle parole del ministro con uno de’ suoi malinconici sorrisi.

— Ditemi ora; — ripigliò il ministro; — e non vi paia impertinente la domanda di un amico. Quando faremo le nozze? —

Qui non era più il caso di sorridere. Almerico si turbò senz’altro.