Come l’uomo che si desta in soprassalto da un sogno felice e si vede ripiombato nella realtà dolorosa, così Almerico di Montegalda rimase, all’annunzio dell’usciere. Nondimeno, aiutando la consuetudine al mancamento dello spirito, le sue labbra mormorarono istintivamente un: «fate passare».

Si era alzato frattanto e andava incontro al visitatore, nel salottino attiguo allo studio.

Massimo, l’elegantissimo e sorridente Massimo, apparve poco stante sull’uscio.

— Buon giorno; — gli disse Almerico, non trovando lì per lì una frase più lunga, nè, sopra tutto, più calda.

— Come? — gridò Massimo. — E non mi abbracci nemmeno.

— Ma.... — balbettò Almerico. — Sei tu veramente?

— O l’ombra mia, volevi soggiungere? Son io, non dubitare; — rispose Massimo. — E se dubiti al vedere, ti permetto di fare come l’apostolo Tommaso.

— In verità, — disse Almerico, sorridendo alla celia, che gli dava modo di attaccare discorso, — io dovevo crederti morto. Vieni da Napoli?

— No, da Venezia e da Padova. Non volevo passare che dieci giorni tra i miei, e mi sono fermato un mese. L’uomo propone e gli zii dispongono. Sai, son l’erede naturale, ed ho fatto il mio dovere di erede. Ma eccomi qua, finalmente. E tu che fai?

— Come vedi, lavoro, dalla mattina alla sera; e qualche volta dalla sera alla mattina.