— Nessuna, ch’io sappia.

— È strano, perbacco! — gridò Massimo ridendo. — E poi diranno che la buona società si occupa dei fatti altrui! La buona società è calunniata. Eccone una, la prima d’Italia, poichè qui siamo nella capitale, che ignora il matrimonio di Don Memmo Savelli. —

Almerico era già cascato dalle nuvole una volta; egli non ebbe da cascare un’altra; ma certamente rimase stupito di quella gran novità che l’amico Massimo con tanta sicurezza annunziava.

— Il Savelli sposa la tua americana? — esclamò.

— Non la mia, poichè io l’avevo ripudiata; — rispose Massimo. — Ma egli la sposa, e diventerà per sua moglie l’erede di una miniera d’argento.

— Che tu hai ripudiata! — soggiunse Almerico. — Te ne faccio le mie congratulazioni sincere.

— Grazie, ma in verità, quello era sempre stato l’ultimo dei miei pensieri; — disse il conte di Riva, facendo una spallucciata. — Tu conosci le mie opinioni. Non ho mai badato al denaro, io, e la fortuna mi ha posto anche in uno stato da non dover cedere a queste tentazioni. Ti confesserò, per altro, che son felice di una rottura, la quale farà evitare perfino il sospetto di un secondo fine da parte mia. —

Qui il signor Massimo, vedendo l’amico ben disposto, prese a raccontargli ogni cosa per filo e per segno. Era andato a Napoli, fieramente invaghito di miss Madge. Il paragone della ubbriacatura scusava quella grande follia. Ma giunto a Napoli, e vissuto qualche giorno nella intimità dei signori Lockwood, aveva incominciato a pensare che egli commetteva una insigne sciocchezza. Quei signori Lockwood, con tutti i loro quattrini, erano gente volgare. Un po’ di vernice esotica poteva a prima giunta farli parere una gran cosa; ma guardando meglio, e più da vicino, quella vernice non era di qualità sopraffina. Comunque fosse, non era poi che vernice, e il legno che stava sotto non era àcero, nè palissandro. Ma che palissandro, e che àcero? Non era neanche pitch-pine. La ragazza, sì, era belloccia; ma infine, Dei immortali! una vanerella, una puppattola, un grazioso automa, che apriva la bocca per dire: «Veramente?». Tutto ciò avrebbe potuto far grande onore all’arte di un Vaucanson e di un Faber; non ne faceva altrettanto a quella di casa Lockwood; e il signor Massimo, come gli si fu snebbiato il cervello, sentì che non avrebbe potuto vivere una settimana al fianco di quella donna meccanica.

Egli era nondimeno gravemente impacciato. Voleva escirne, ma non trovava la gretola. «Cerca, cerca, alfin trovò» come il re della canzone di «Cenerentola». I suoi compagni di viaggio, democratici di tre cotte, non vedevano in lui, non amavano veramente che il suo titolo di conte. Quella era stata una luminosa scoperta. E da quel giorno aveva incominciato a fare un corso di araldica, dimostrando prima di tutto che marchese val più di conte. Come li ebbe persuasi di questa superiorità marchionale, Massimo presentò ai suoi compagni di viaggio un marchese; ma invano; i Lockwood non avevano forse riconosciute in lui tutte le qualità necessarie. Allora egli aveva seguitata la lezione, dimostrando che duca era da più di marchese, e principe da più di duca. Gli era per l’appunto capitato fra i piedi un principe duca: i due più alti gradi di gerarchia in un solo personaggio; e allora, messo l’esempio di costa all’insegnamento, aveva presentato il principe duca, marchese, conte, barone, tutto quello che si poteva desiderare, di meno e di più.

— Mi rallegro; — disse Almerico, approfittando di una pausa che Massimo aveva fatta nel suo gaio racconto. — Ma tu non hai pensato che spesso una famiglia illustre si compiace di un titolo minore nella scala gerarchica, e lo antepone ai maggiori, quando quel titolo ricorda importanti fatti di storia a cui il nome della famiglia è associato.