— Grazie! — mormorò Almerico, che volentieri avrebbe rinunziato ad un onore così grande.

— Non sei tu il mio migliore amico? — riprese Massimo. — Anzi, diciamo pure l’unico amico. Tu senti il valore dell’amicizia: lo senti all’antica, come ai tempi di Niso ed Eurialo, di Oreste e di Pilade. Tu non sei capace di tradire l’uomo che ha riposta in te la sua confidenza. Oh, ti conosco bene, io! Sono anche certo che tu hai eseguito fedelmente tutto ciò che io ti avevo raccomandato, partendo. Non è così? Non hai tu parlato in quel senso che io ti scongiuravo di fare?

— Certamente; — rispose Almerico. — Non una parola di più, non una di meno.

— E sei stato creduto? — domandò Massimo, ansioso.

— Debbo confessartelo; — rispose Almerico chinando la testa; — assai poco.

— Ah! — gridò Massimo. — E come? Quella che tu dicevi era pure una ragione, a giustificare la mia partenza precipitosa.... e vergognosa per giunta!

— Era una ragione, sì, ma stravagante; — rispose Almerico. — Io te lo avevo pur detto, che non sarei stato creduto. Nessuno, tra le conoscenze.... di quella persona, sapeva di grosse perdite al giuoco. Si seppe invece che tu, la notte prima della partenza, eri stato al Circolo, e molto tranquillo, anzi allegro....

— O come? — interruppe Massimo. — Un cavaliere che ha perduto centomila lire al giuoco, sulla parola, e si dispone a partire, per trovar modo di pagarle, o per farsi saltar le cervella, non ha neppure il diritto di fingere allegria, in una brigata di amici, o di nemici intimi, che torna lo stesso?

— Sarà come tu dici; — replicò il Montegalda, pacato. — Ma il fatto sta ed è che non sono stato creduto; che nessun cenno d’altra parte venne a corroborare il mio racconto; che anzi parecchi indizi gli furono contrarii. Da amico leale, questo io ho l’obbligo di dirti. —

Massimo di Riva non diede tregua all’amico, fino a tanto che questi non gli ebbe raccontato minutamente ogni cosa. Contro sua voglia, anzi profondamente seccato di dover toccare tutti quei tasti, il Montegalda ritornò sui particolari di due conversazioni che gli spiaceva perfino di ricordare. Due conversazioni soltanto! La cosa parve strana al conte di Riva. Ma come? la duchessa non aveva parlato con Almerico che due volte di lui, del gran Massimo, del prezioso, del non mai dimenticabile Massimo? Così era, pur troppo! e la vanità del personaggio toccava un colpo fatale. Si aggiunga che Almerico accennando i discorsi della duchessa, senza metterci malizia, e solamente per un intimo senso di delicatezza, attenuava le frasi, o non le rendeva intiere, o non dava loro il colore, il sentimento di tristezza profonda che avevano avuto sulle labbra della duchessa di San Secondo. E il signor Massimo, sapendo tutto, non aveva a insuperbirsi di nulla; ciò che in altri tempi, cioè due mesi prima, gli sarebbe parso un bel guadagno, gli suonava male all’orecchio, in quel punto, gli dava una noia ineffabile.