— Ma tu, almeno, — diss’egli, dopo che Almerico ebbe finito di raccontare, e di ripetere ciò che aveva raccontato, — hai sempre negato che altre ragioni mi facessero partire da Roma? Non ti sei sbilanciato mai, nè con discorsi tuoi, nè con cenni di consenso alle notizie degli altri?
— Ne dubiti? — rispose il Montegalda. — Io, quando non ho più potuto dir nulla che giovasse a te, mi sono chiuso nel più rigoroso silenzio. Avrei anche sfuggite le occasioni di fare il menomo cenno, che ti potesse nuocere. Ma le occasioni non sono venute, e ciò mi è stato di sollievo, te lo confesso; perchè infine, persistere in una bugia, sapendola tale, ostinarmi su ciò che tu avevi creduto necessario di dirmi, mentre tutte le prove erano contrarie, sarebbe stato un passare agli occhi della gente per uno sciocco a cui si può dar bere ogni cosa, o per un furbo che ha il suo tornaconto a mentire. —
Il dilemma era stringente, e Massimo non ardì replicare.
— E poi.... — diss’egli, invitando Almerico a proseguire il racconto. — Che cosa venne a pensare di me la duchessa?
— E poi, non so dirtene nulla; — rispose Almerico. — La mia amicizia non era tale da permettere nessuna confidenza. Ella taceva, nè io ho ardito di domandarle nulla, o solamente di ricondurre il discorso su certi argomenti. Poi ella fece un viaggio a Parigi....
— Ah, davvero? — interruppe Massimo. — È stata a Parigi?
— Sì, col cavaliere Buonsanti....
— L’eterno, l’inevitabile Buonsanti! — borbottò Massimo, che aveva bisogno di sfogarsi su qualcheduno.
— E con la marchesa Terenziani; — soggiungeva frattanto Almerico. — Anch’io, dopo una ventina di giorni, ebbi occasione di andarci. —
Gli esciva a stento, la confessione; ma era necessario che escisse.