— Caro mio, vedendo la leggerezza con cui cambi d’amori, sì, ne dubito. Non ho forse ragione a dubitare?

— Ebbene, — rispose Massimo, — sappi che soffro; sappi che nel mio volontario esilio da Roma non ho fatto altro che piangere. Amico mio, — soggiunse il giovinotto, con voce lagrimosa, — io sono il più infelice degli uomini. Piango, ora, non vedi? piango come un bambino. —

E piangeva davvero, a lagrime dirotte. Pareva che tutto ad un tratto si fossero squagliati i ghiacci del suo cuore, e che un fiume si gonfiasse di quella piena improvvisa. Ma non diciamo il fiume, per carità; diciamo piuttosto il torrente. Le piene improvvise son proprie dei torrenti, anzi che dei fiumi, generalmente più calmi nella ampiezza del letto e nella costanza del corso.

Almerico frattanto pensava. Ma che uomo era quello che piangeva così? Un carattere esagerato, sicuramente. Tutto, nella vita, gli era andato a seconda; ragazzo viziato dalla fortuna, era diventato un uomo prepotente. Non cattivo, per altro, se Almerico lo aveva conosciuto tanto da poterne giudicare con qualche fondamento. Ad ogni modo, non ricordava di averlo veduto mai vile; scettico sì, qualche volta, ma per capriccio di atteggiamento; volgare, anche, ma per originalità; pieno di difetti, insomma, non di vizi propriamente detti. Anche i difetti vanno biasimati; ma notate che Almerico non doveva fare lì per lì il moralista; ricordava e notava; notava tra l’altre cose che i difetti di Massimo erano quelli che comunemente piacciono, ottenendo ogni maniera di fortune a chi li possiede. In verità, bisogna credere che tanta varietà d’uomini civili possa ridursi a due specie, per ciò che riguarda i sorrisi della cieca Dea: i modesti e i vanagloriosi, i quieti e i romorosi; gli uomini che sentono e soffrono davvero, non conosciuti, nè apprezzati; gli uomini che fanno chiasso d’ogni cosa, anche del loro amor proprio ferito, e ingannano tutti, perfino la gente da bene, coi loro orpelli, con le loro mostre da cerretani. E Massimo, frattanto, il fortunato Massimo, dopo tanti errori che ad ogni altro avrebbero meritata una severa lezione, veniva ancora in tempo per guastare i bei sogni di Almerico, per rapirgli il fiore delle sue prime speranze. Ahi povere speranze, tenute così gelosamente, così scioccamente chiuse nel più profondo del cuore! E in quel punto gli veniva davanti agli occhi l’immagine del Buonsanti, del vero amico suo, che avrebbe voluto spingerlo innanzi, obbligarlo a parlare.... Ah sì, lo aveva ben secondato, l’onesto desiderio! lo aveva ben seguito il consiglio amorevole dell’amico Buonsanti!

Così pensava Almerico di Montegalda; e a Massimo che piangeva non seppe dir altro che questo:

— Calma, ti prego! che cosa sono queste lagrime?

— Calma! calma! — ripetè con accento drammatico il conte di Riva. — Tu ne parli facilmente, tu che hai il cuore di ghiaccio. Io, vedi, son fatto così: quando soffro, è uno schianto dell’anima. Ah, tu non sai che cosa sia l’amore; no, non lo sai, te lo dico io; tu non conosci, tu non senti che l’amicizia; l’amore ti è ignoto. È una fiamma, l’amore, una fiamma che divora. Ed io che avevo creduto, sciocco, di non amar più quella donna! Ben mi avvidi da lontano, e più veramente là, sui nostri colli Euganei, vulcani spenti, che potrebbero riaccendersi un giorno, dar fiamme, come il mio povero cuore. Almerico, te ne prego, non mi abbandonare, in questo frangente. Mi sei amico? Devi assistermi; non puoi ricusare; io non ho più speranza che in te. Ebbene, parla, rispondi! che cosa pensi tu, ora?

— Penso al modo di servirti; — rispose Almerico, sospirando. — Farò anche questo; ma senti, vorrei che tu mi domandassi un altro sacrifizio.

— Che paura è la tua? — disse Massimo. — Ti negherà di ricevermi. Ma tu la pregherai tanto.... le dirai tante cose del mio stato compassionevole!... Infine, se anche negherà, sarà almeno avvertita del mio ritorno e del mio vivo desiderio di ottenere il suo perdono. Assistito da te, farò io il rimanente; scriverò....

— Potresti farlo prima; — mormorò il Montegalda.