— Oh, tu vincerai, ne son certo; — rispose Massimo, stringendo la mano del suo Montegalda. — Tu sei il più fortunato degli uomini; tutto quello che vuoi ti riesce a bene.

— Ahimè! — mormorò Almerico, quando fu solo. — Gran fortuna, la mia! —

Il conte di Riva se ne era andato via saltellando, come un cardellino spensierato. Almerico di Montegalda era rimasto accasciato al suo posto, in un angolo del canapè. Pochi minuti dopo si affacciò sulla soglia l’usciere.

— Signor conte, che ha? si sente male? — domandò, vedendo Almerico in quella postura.

— No, grazie, — rispose questi; — non è che un capogiro, per il gran discorrere che s’è fatto, con quell’ottimo amico.

— Debbo dire a Sua Eccellenza che lei ha bisogno di riposarsi un pochino?

— Perchè? mi voleva forse?

— Sì, mi aveva detto di pregarla a passare di là quando fossero partite le visite.

— Bene! vado subito; — disse Almerico, facendo uno sforzo per levarsi di là.

Il ministro era ritornato da una mezz’ora nel suo studio, e desiderava sapere dal Montegalda se fossero state scritte certe lettere. Almerico le presentò, perchè veramente ci aveva pensato assai prima che gli capitasse tra capo e collo quella mazzata del conte di Riva. Sua Eccellenza lesse, approvò largamente, ringraziò l’estensore; ma notò che questi aveva la cera stravolta.