— Che c’è, conte, — disse il ministro, — che mi parete anche voi in una giornata di nervi?
— Nulla, Eccellenza! — rispose Almerico, sforzandosi di sorridere. — Sono stato affogato per un’ora dalle ciarle di un amico, che non vedevo più da tre mesi.
— E che voleva vuotare il sacco delle notizie, non è vero? — disse il ministro. — È una assai brutta usanza, questa di venirsi a sfogare con chi ne ha già troppo del suo lavoro! Dev’essere una eredità delle tragedie dell’Alfieri; non vi sembra? Prime e seconde parti debbono versar tutto nel seno del confidente. Ma ora io non voglio fare come uno di quei personaggi. Andate a prender aria.
— Se Vostra Eccellenza non ha altro da comandarmi....
— Nient’altro. —
Il ministro consigliava bene: una passeggiata era il meglio che per allora potesse fare Almerico. Escì dal ministero, e prese aria, ma non andò veramente a passeggio; come va la biscia all’incanto, andò verso il palazzo San Secondo. Aveva promesso, e voleva mantenere; al resto avrebbe provveduto il destino.
Era degli intimi; non doveva aspettar giorni fissi, nè fare anticamera. Donna Serena lo ricevette subito nel suo salottino.
— Novità! ed anche bella! — esclamò la duchessa, stendendogli la mano. — Che buona ispirazione vi ha condotto?
— Ero triste, signora, — rispose il giovanotto, — e son venuto da Donna Serena.
— Per rasserenarvi lo spirito? Avete fatto bene; — diss’ella; — e vorrei che questo non fosse solamente un giuoco di parole. Animo, dunque! raccontatemi le vostre pene.