— Quanta paura!... — esclamò la duchessa. — Ed ha bisogno d’intercessori, per fare una visita? Di gran peccati deve aver commessi, quest’uomo? E poi, a quale intercessore si volge per aiuto!...
— Signora, se potete.... — supplicò il Montegalda. — Egli mi ha detto di soffrir tanto.... di aver tante cose da dire! —
La duchessa stette alquanto in forse, guardando negli occhi il suo interlocutore, che veramente aveva un’aria molto compassionevole. Poi volle parlare, e già aveva dischiuse le labbra ad un «ma voi....» che rimase interrotto. Poi mutò pensiero, evidentemente; e la frase escì in questa forma dalle sue labbra:
— Me lo consigliate voi? Sta bene. Sentiremo quello che ci dirà. Egli può presentarsi. Del resto, signor conte, la porta di casa mia non era stata chiusa a nessuno.
— Ah! dunque.... gli perdonate? — domandò allora Almerico.
— Dunque, — rispose ella placidamente, — lo riceverò. Non si concederà qualche cosa all’intercessore? Il conte di Riva non deve credere di essersi male appoggiato. Piace a voi che ritorni? Lo aspetto. —
Era un dire e non dire. Almerico non vide se non ciò che era detto.
— Signora, — mormorò egli, — voi mi togliete un gran peso dal cuore. Io vi ringrazio.
— Perchè? — disse a lui di rimando Serena. — Dovete ringraziarmi voi, conte Almerico? In verità, siete il re degli amici. —
Sì, povero conte Almerico; diciamolo anche noi con la duchessa Serena: il re degli amici, ma anche il più umile degli innamorati. Altri direbbe: dei poveri di spirito; ma io non l’ho per tale, e non posso farne un eguale giudizio, che sarebbe veramente eccessivo.