Il Montegalda stette alquanto senza dir nulla, non avendo nulla da dire, ed ascoltando la duchessa che aveva preso a parlar d’altro. Donna Serena, non mentendo al suo nome, appariva tranquilla. Poco dopo, giunse la Terenziani, e la duchessa, di tranquilla che era, diventò anche ilare, espansiva, abbondante di parole, com’egli non l’aveva vista mai.
Ah, proprio ci voleva il leggerissimo tra gli uomini, per vincere la più seria tra le donne? Ma così è, pur troppo, così è, nell’ordine delle cose naturali. Almerico rammentava in quel punto d’aver letto, nella sua infanzia, un graziosissimo verso, posto ad epigrafe d’una bella scena campestre: «Zefiro torna e il bel tempo rimena». Zefiro ritornava, infatti, ed era bel tempo nel palazzo San Secondo.
Almerico era diventato triste, tanto più triste, quanto più la duchessa gli appariva gioconda. Si congedò il più presto che potè, con un pretesto facilmente trovato. E quella sera disse al conte di Riva:
— Ho parlato alla duchessa. Va pure liberamente; sarai bene accolto. —
Massimo non s’aspettava una così pronta vittoria.
— Come? — gridò egli. — E non ha detto nulla? non ha resistito alle tue preghiere?
— No, affatto; mi ha ascoltato, e molto benignamente; poi mi ha risposto: ditegli che venga a vedermi; la porta di casa mia non è mai stata chiusa per lui. —
Massimo stette a lungo pensoso.
— Ebbene, — gli disse Almerico, — che hai? Ti dispiace ora di avere ottenuto ciò che desideravi tanto ardentemente stamane?
— Mi dispiace, sì, — rispose Massimo, — mi dispiace una cosa, in tutto questo: la facilità con cui ella mi ha dato licenza di ritornare. E senza chiederti nulla delle cagioni che mi avevano fatto partire, che è peggio! Perchè sicuramente, se ella non ha voluto credere a quella che tu le avevi detta, e sulla quale avevi anche insistito....