— Non sarà dunque nemmeno il caso di chiederti se tu hai accettato l’incarico di negoziare questo trattato di pace! — disse il Buonsanti, con accento severo.

Almerico chinò la testa, senza risponder parola.

— Di te non mi maraviglio, — rispose quell’altro. — Tu sei un uomo d’altri tempi. Mi maraviglio invece ch’egli abbia avuta la sfrontatezza di chiedere a te un simile servizio.

— Che vuoi? Pare che abbia delle buone ragioni; — rispose Almerico; — Io penso che si sia pentito, subito dopo commesso l’errore. Certo, egli era in tempo per tirarsi indietro e cedere il suo posto di pretendente ad un altro. Fatto ciò, egli viene a ridomandare il suo, presso la signora.

— Che storia è questa? — borbottò il Buonsanti. — Come ha ceduto egli il posto ad un altro? —

Almerico raccontò tutto quello che aveva saputo da Massimo. Il cavaliere ascoltava, tentennando la testa e collocando qua e là, nel discorso dell’amico, certe sue interiezioni e certi suoi atti, che dimostravano la più ostinata incredulità.

— Capisco, — gli disse finalmente Almerico. — Tu non credi nulla, perchè non lo vedi di buon occhio.

— E ci ho, per bacco, le mie brave ragioni! — rispose il Buonsanti. — Tutti si può fallire; ma una volta presa una strada, non si ritorna più indietro.

— Neanche per segno di ravvedimento? Neanche per chiedere ed ottenere perdono? Tu sei più severo di Dio padre!

— E tu vuoi avere una virtù che è tutta propria della bontà infinita, — replicò il cavaliere, stizzito. — Perdono! perdono!... Lo abbia da Dio, non dagli uomini; e molto meno dalle donne.