Almerico di Montegalda strinse la mano del suo caro Buonsanti; gliela strinse con violenza, quasi a sfogo della passione ond’era sopraffatto in quel punto.
— Bada, — gli disse il cavaliere, ridendo, — ho un pugno di ferro; non riescirai a stritolarlo.
— Ah, Sandro mio! — mormorò Almerico, non raccogliendo la celia, che non era tempo da ciò. — Vedi allora il bel guadagno che hai fatto, con le tue indiscrezioni. Ella ha sorriso a te; ma non ha detto nulla a me. Le ho parlato del conte di Riva, ed ella mi ha risposto: venga pure liberamente. A quest’ora egli è ricevuto da lei.
— Verissimo, — rispose il Buonsanti. — E ciò mi pare un po’ strano, e mi mette in collera con te. Vorrei andare a vedere quel che succede.
— Non lo farai! — rispose Almerico. — Te ne supplico. Lascia che il mio destino si compia.
— Che storie son queste? — gridò il Buonsanti, spazientito. — Io sarò, come tu dici, più severo di Dio padre e più realista del re. Ma tu, caro Montegalda, sei più fatalista dei Turchi. Pure, vedi quel che è successo ai tempi della Crimea. Se si lasciava fare il destino, addio Impero Ottomano. Ma noi siamo entrati in ballo, e le cose si sono mutate. Anche quello era destino.
— Come ti piacerà, — disse l’altro. — Ma tu mi vuoi bene, e lascerai per amor mio che le cose non si mutino dal loro corso naturale. Del resto, a quest’ora, sarebbe troppo tardi. Lasciami soffrire. Io ho fatto quel che dovevo. Sciocco fin che vorrai, e tacendo per me stesso, e parlando per altri!... Il cuore mi si spezza, ma la coscienza non mi rimorde.
— Che nobili sentimenti! O eroe, lascia che io ti ammiri! O santo, lascia che io baci un lembo della tua giubba! — esclamò il cavaliere Buonsanti, con un accento d’ironia, donde pur traspariva una grande benevolenza, mista di ammirazione. — Tu hai una bella forza, dentro di te: una forza maravigliosa, che non va lodata solamente in prosa, ma celebrata anche in versi. Di miei non so fame; ma ho ancora tanto di buoni studi, da citarti quelli di Dante. —
E il buon cavaliere di Carpigliano ripetè enfaticamente la famosa terzina:
Se non che coscienza m’assicura,