La buona compagnia che l’uom francheggia
Sotto l’usbergo del sentirsi pura.
XVII. Arte e natura.
Il conte Massimo di Riva era rimasto pensoso, dopo la risposta di Almerico. Il «faccio o non faccio?» di tutti i monologhi, il «vado o non vado?» di tutte le ariette metastasiane, gli girarono a lungo per la testa. E la cosa vi parrà naturale, io credo. Non era egli, a quel punto, un personaggio drammatico, anzi melodrammatico in sommo grado?
— Infine, — pensava egli, tentando di vincersi, — che cosa succederà? La duchessa mi farà una scenata.... Oh, questo, sì; e bisognerà anche dire che me la son meritata. Ma io, perbacco, piangerò.... piangerò a calde lacrime. Massimo, amico mio dolce, non hai tu pianto mai? ed avresti già disimparata quell’arte?
Sorrise, il giovanotto, e il sorriso fu la risposta unica alla doppia domanda ch’egli faceva a sè stesso.
Povere lacrime, versate nelle grandi occasioni, nei solenni colloquii della vita, come vi si vede, dopo qualche anno, e quando son passati i bollori, i turbamenti, le angosce da cui prendevate origine! Vi consideriamo, generalmente, come bei ricordi della nostra abilità sopraffina. Perchè tutti, quanti siamo, ignoranti e dotti, ma la più parte ignoranti, ci abbiamo la dolce manìa di essere artisti finiti, e pur di gloriarci dell’arte nostra vittoriosa, non dubitiamo neanche di calunniare quei buoni momenti di sincerità, quei fieri impeti di passione, in cui e per cui fummo schiettamente e nobilmente inesperti. Quei dolori, quei rimescoli, quelle lacrime, che dovrebbero dimostrare alla nostra coscienza come anche noi fossimo uomini, e a certe ore buoni, ci appariscono allora come la quintessenza dell’ingegno e dell’arte mascolina. Così il bravo dottor Segato doveva ammirare le sue tavole simulanti il marmo, tutte composte di parti dei corpo umano, miracolosamente pietrificate, piallate, levigate, condotte a pulimento, terse e lucenti come specchi. Che bella cosa! che bella cosa! Questo, se crediamo al principe di Ligne, era anche il grido di un celebre concittadino di Massimo, quando aveva fatta qualche gran scioccheria e si fermava a considerarne il lato comico, il lato teatrale.
Massimo di Riva, all’età sua, non era tanto ricco d’avventure come quell’altro, concittadino suo, a cui il principe di Ligne aveva dato per l’appunto il nome di «Aventuros». Nondimeno, egli ne contava parecchie, e poteva ricordare d’aver pianto molto. Quante volte, e come, e sempre, era stato creduto alle sue lacrime! Già, non lo dimentichiamo, le donne non credono veramente che a quelle. Vi provate a ragionare? Si annoiano, a sentirvi, come quella principessa tedesca, che ascoltava la disputa del cattolico e del protestante. Sottilizzate? Sono più sottili di voi, e vi mettono nel sacco. Piangete? Son vinte; non sanno più rispondervi nulla. Il pianto è lì, che sgorga, in frequenti luccioloni, e quello è un fatto fisiologico, che non si finge, da una parte, che non si può negare, dall’altra. Il fatto è vero; dunque è vera la passione che lo ha cagionato; la conseguenza par logica. Infine, è l’omaggio che gradiscono di più, nella loro divinità passeggiera. È di una donna questa frase, non detta solamente per celia:
— Amico, piangetemi qualcheduna di quelle lacrime, che voi piangete così bene! —
Dato il sorriso della intima compiacenza ai suoi dolci ricordi, e passate rapidamente in rassegna tante figure di care donnine che avevano creduto a queste secrezioni amarognole del sentimento, Massimo di Riva diede anche un’occhiata alla sua gentile persona. Non c’era male, perbacco! anzi, poteva dirsi senz’ombra di vanità che tutto era bene in lui; la chioma nera, ondata e lucente, la fronte bianca e nitida come alabastro, l’occhio vivo e fosforescente sotto il fino arco delle ciglia, il naso diritto e sottile, il labbro vermiglio all’ombra di due baffettini morbidi e profumati, l’orecchio.... Ah, l’orecchio meritava un paragrafo da sè, come la mano, come il ginocchio, come il piede: tutti miracoli di finezza, donde si conosce la purezza del sangue, condotta per otto o dieci generazioni di oziosi. Aggiungete che era elegantissimo nel taglio degli abiti, e concludete pure con lui che tutto andava a quel dio.