— Oh, perbacco! — esclamò, quand’ebbe finito l’esame. — Non vorrà mica divorarmi! Si tratterà di qualche graffiatura: divertimento che si può anche permettere. Io l’amo, infine, non ho mai amato davvero che lei. Che cosa potrà opporre a questo ragionamento? —

Così pensando, si avviò verso la regione Capitolina. Gli auspicii erano buoni: il Campidoglio pronunziava il trionfo.

— Strano animale è l’uomo! — proseguiva egli frattanto, degnandosi di filosofare sul suo caso. — Mi ero stancato. E di che? Dei suoi rigori? Sì, certo; ella non aveva saputo legarmi con vincoli abbastanza stretti. Alcina, Armida, Circe, e tutte insieme le grandi lusinghiere della favola, avrebbero fatto altrimenti. Fidando nella loro bellezza, non si sarebbero rattenute come lei, che veramente riconoscerà di essere stata troppo severa, troppo fredda con me. L’uomo si prende con la passione, come le mosche col miele. Ma già, non tutte le donne la intendono in questo modo. Quistione di temperamento! Ci son quelle che amano e chiudono il loro amore dentro di sè, non lasciandone trapelare una goccia. Son fatte per prender marito, costoro. E infine, non è meglio così? Di che cosa ci lagniamo noi? Non ci rivolgiamo forse a queste, quando vogliamo chiudere lo stadio delle pazzie? Son donne perfette: d’una perfezione che annoia, qualche volta, d’una perfezione che ammazza, ma che è sempre bene di avere in casa propria, scambio di tanti graziosi difetti che si preferiscono in casa d’altri. Il marito è un idolo, e vive tranquillamente da idolo. È lui che fa tutto bene; è lui che sa tutto, e nessuno potrebbe essergli paragonato. —

Passò in quel punto per la mente di Massimo il ricordo della signora di Girardin. Era stata bella anche lei, donna d’ingegno e di spirito tra le più celebrate di Francia; pure non aveva veduto che per gli occhi di suo marito, e l’uomo che si vantava di avere un’idea al giorno l’aveva affascinata, facendole dimenticare che ognuna di quelle idee era morta e sepolta il giorno dopo. Una sera, nel salotto della vezzosa Delfina si parlava dei mali della patria e della difficoltà di trovar uomini che provvedessero a tanti bisogni suoi. — «Speriamo, signori» diss’ella, levando i begli occhi in alto, «speriamo in quel di lassù». — La perifrasi accennava a Dio; in questo senso fu intesa da tutti, meno uno; e quell’uno pensò al signor Emilio di Girardin, che lavorava nella camera di sopra.

Con questi pensieri il conte di Riva giunse davanti al palazzo San Secondo. Tremò un pochino, quando fu là, sebbene non ci fosse subentrata nessuna scritta minacciosa.

— E se io commettessi una bestialità?... — diss’egli entrando. — A prima vista non pare. Tutti i principii si rassomigliano in questo, che non lasciano vedere la fine. Ecco la stessa quiete fastosa che ho sempre osservata in quest’atrio, e in quel gran giro di scale. Ecco il solito saluto cerimonioso e grave di un portiere, che darebbe dei punti a tutti i nove ministri del regno. Ah, se ci fosse qualcheduno, per compagnia! il Montegalda, almeno! Egli era particolarmente indicato, dal gran servizio che m’ha reso. E perchè non ha voluto compir l’opera? Che amici! Per un sentimento d’orgoglio, e della specie più sciocca, mi lascia andar solo. Che stupido animale è l’uomo! L’amico si vergogna di servire all’amico. Ah, non intendevano in questo modo l’amicizia, gli antichi. Per il suo Oreste, vivaddio, Pilade si metteva animoso ad ogni sbaraglio. Se almeno trovassi già qualcheduno, nel salotto della duchessa! Avrei tempo a ricogliere il fiato, ad osservare, a prepararmi. Quel suo noioso commendatore Buonsanti diceva un giorno che il capitare d’improvviso al fuoco dà una scossa maledetta anche ai più valorosi. Sarà vero? —

Frattanto era giunto davanti al grande uscio di noce, tutto partito a riquadri, ornato d’intagli e arricchito da fregi di bronzo dorato. Rimase un istante sospeso; poi si armò di coraggio e toccò il bottone del campanello, che mandò tosto uno squillo argentino. Ahi, campanello traditore! Massimo aveva suonato, e gli fu subito aperto, per dar ragione al detto evangelico. Il testo, veramente, diceva: bussate! ma bisogna pensare che i campanelli elettrici non erano anche inventati. Le cose non van prese alla lettera, perchè un altro testo soggiunge: la lettera uccide.

Massimo di Riva fu introdotto, ossequiato dal vecchio servitore, che lo rivedeva con giubilo, dopo tre mesi di assenza. Era là, quella vasta anticamera, nobilmente vuota nel mezzo, severamente arredata di cassepanche di noce, sulla cui spalliera si vedeva intagliato a colorito lo stemma ducale dei signori di San Secondo. Era là, quell’uscio che metteva al salotto: un uscio su cui era teso lo stupendo arazzo, rappresentante un arciero del Quattrocento, in atto di armare la sua balestra, premendone la staffa col piede. Di gran giorni erano passati! A Massimo parevano anni. E l’arciero stava sempre là, curvo sulla balestra, che ancora non si era rotta allo sforzo. Paziente uomo di guerra! Egli non aveva provato stanchezza, ad aspettare quattrocento e più anni, impigliato ne’ suoi fili di seta. Egli non temeva, egli, d’essere accolto male: non temeva di doversi umiliare, egli che non si era mosso di là, che non aveva gittata la balestra, per correr sulle tracce delle bionde americane. Miss Madge.... che follia! La futura principessa Savelli.... che vergogna per lui!

Il giovinotto intravvide tutte queste cose, ed entrò nel salotto. Il pericolo non era ancora là; era di là da una bussola di panno cremisi, tutta ornata di borchie d’ottone. A quella bussola lo aveva preceduto il vecchio servitore; e la dischiudeva, proferendo ad alta voce il nome del visitatore. Massimo lo sapeva pure, che così doveva essere, che il suo nome doveva essere proferito in quella forma solenne. E nondimeno, quando il vecchio servitore ebbe detto, annunziando: «il signor conte di Riva», egli si sentì scuotere ingratamente per tutte le fibre.

Era ammesso nel santuario, finalmente, e la porta di panno cremisi, discretamente strisciando, si richiudeva dietro a lui!