La duchessa di San Secondo era sola nel suo salottino. Leggeva; ma appena fu annunziato il conte di Riva, depose il libro sulla tavola, davanti a cui stava seduta, e levò la bella fronte alabastrina. Sul volto di lei si diffuse allora il roseo lume della lampada alta, il cui bocciuolo di cristallo opaco esciva tondeggiante come un fior di magnolia da un gran vaso della Cina. Quel volto lumeggiato appariva anch’esso un bel fiore, uscente da una gala di merletti, che spiccavano sul nero della veste di raso pieghettato, con frappe e sboffi di seta bianca, di bellissimo effetto. Così vestita ed illuminata, sembrava una figura di dama del Cinquecento, spiccata da una tela del Tiziano, o di Paris Bordone. Ah, miss Madge, biondina sciocca; ci dovevate esser voi, là, daccanto a quella maravigliosa figura; e si sarebbe veduto come avreste sopportato il confronto.

Massimo rimase un istante, da vero artista drammatico, immobile al suo posto, in vicinanza dell’uscio. Fu un gran silenzio, allora, un silenzio di quattro o cinque secondi, un silenzio in mezzo al quale si udì il passo discreto del servitore, che si allontanava, traversando il salotto. Massimo fece un gesto; la duchessa accennò un saluto; non una parola fu proferita dai due. Ma il ghiaccio era rotto; Massimo corse, si precipitò verso di lei, prese la sua mano, e cadde in ginocchio, mormorando qualche frase, vuota di senso, ed anche più di grammatica.

La mano si era lasciata afferrare; inerte da principio, come quando si concede per cerimonia; poi mezzo repugnante al bacio, che è tuttavia un atto di reverenza, ma può essere interpetrato come un segno di passione. E perchè Massimo baciava e ribaciava quella mano, non accennando a smetter subito, quella mano si ritrasse, e tutta la persona con lei.

— Alzatevi, conte! — mormorò la duchessa. — Che è ciò che voi fate?

— No, ve ne supplico, lasciatemi qua, ai vostri piedi! — rispondeva egli, con accento commosso. — È la mia posizione. Se sapeste quanto ho sofferto, duchessa!

— Anch’io; — diss’ella, costringendolo nondimeno ad alzarsi e accennandogli una sedia poco lungi da lei.

— Anche voi? — esclamò il conte Massimo. — Dolce parola! anche voi?

— Potevate dubitarne, signor conte? Dopo una notizia così orribile come quella con cui vi eravate congedato da noi?... La rovina delle sostanze.... il disonore, se non giungevate in tempo a pagare un debito come quello.... Non vi pare che fossero cose da rattristare profondamente i vostri amici migliori? —

Massimo ascoltava, e non osava credere alla testimonianza del suo orecchio medesimo. Era proprio lei, la duchessa di San Secondo, che parlava così? Gli passò per la mente che ella volesse prendersi giuoco di lui, e levò gli occhi a guardarla, cercando negli occhi di lei, o nelle labbra, il segno di una ironia che non appariva dalla frase.

— Il Montegalda, — balbettò egli poscia, — mi aveva detto che voi, Serena, non prestavate fede....