— Al vostro racconto, è vero; — rispose Serena, compiendo la frase di Massimo. — Il conte Almerico non vi ha riferito niente più di quello che io ho detto a lui e a qualchedun altro, con cui si è parlato di voi e della vostra improvvisa partenza da Roma. Con gli amici intimi ho mostrato di non credere alle vostre perdite di giuoco; con tutti i conoscenti, che parlavano di voi, e dei vostri viaggi, ho lasciato credere che voi mi pareste un uomo leggiero, dimentico di tutte le vostre consuetudini. Ho fatto questo, io, l’ho fatto risolutamente, amando meglio di farvi passare per un uomo leggiero, cosa che dopo tutto non poteva nuocere alla vostra riputazione di cavaliere, anzi che di compiangervi come un giuocatore disgraziato, che in una notte consuma un patrimonio, e in qualche ora di follìa rasenta il disonore, e non lo sfugge che riducendosi alla miseria. Voi conoscete il mondo, signor conte. Il mondo è cattivo; perdona ad un uomo di essere incostante, non gli perdonerà mai di esser caduto in bassa fortuna. Questo ho pensato io, ed ho preferito, in faccia al mondo, di credervi un uomo incostante, un uomo leggiero. Fu un atto d’amicizia, il mio; dovreste ringraziarmene. Ma dentro di me sapevo bene che se voi mi scrivevate: «ho perduto, debbo partire, per trovar modo di soddisfare un impegno d’onore», quella e non altra era la verità, perchè voi non avevate mentito mai, ed io vi avevo sempre creduto. Una cosa, ve lo confesso, una cosa sola non ero riuscita ad intendere....

— Quale? — domandò Massimo, che ancora non era ben persuaso di ciò che udiva da lei.

— Dove e con chi aveste perduto; — rispose Serena. — Lascio stare la somma. Doveva esser forte, se vi costringeva a partire da Roma, per recarvi dai vostri. Ma chi poteva avervi guadagnata quella somma così forte? Doveva essere un amico, un conoscente, un gentiluomo; perchè certo voi non avete giuocato che con pari vostri....

— Sicuramente; — disse il conte di Riva. — Quantunque, alle volte, succede che la compagnia.... Ma non era il caso quella volta; — riprese egli subito; — la compagnia era buona, sebbene si facesse una cosa non buona, di cui porterò il rimorso per tutta la vita. Ma il Montegalda non vi ha detto?...

— Nulla, signor mio! Il conte Almerico non seppe dirmi nè dove, nè con chi. Voi, nella confusione del momento, avevate dimenticato di dirglielo; ed egli, nel turbamento che gli cagionava la notizia, non aveva pensato a domandarvelo.

— Proprio così! — sospirò il conte di Riva. — Fu una notte assai triste. Io ero fuori di me.

— Nè altri, — proseguì la duchessa, — volle dirmi di più. Come potevo io rintracciare la verità, nel silenzio ostinato di tutti coloro che dovevano saperla? Noi donne, di ciò che avviene non conosciamo altro se non quello che ai nostri visitatori piace di raccontarci. Ora, a farlo a posta, nessuno di tanti gazzettieri da salotto parlava di perdite al giuoco; accennando a voi e alla vostra partenza.... per Napoli, raccontavano tutti, o lasciavano indovinare dell’altro. So già quel che volete dirmi, conte Massimo. Noi siamo mal circondate. Intorno a noi non ci sono che insidie; ognuno guarda al suo fine; la notizia che potrebbe giovare ad altri non vuol darla nessuno; soltanto quella che nuoce, o si crede che possa nuocere al vicino, al rivale, la dànno tutti e la commentano a gara. Così è avvenuto che io rimanessi al buio d’ogni cosa. Unico in cui si vedesse chiaro il desiderio di servire all’amicizia, era il conte di Montegalda. E a lui, dopo avergli detto già tanto, non avevate raccontato abbastanza. Così ci siamo trovati, fra una notizia incompiuta, insufficiente, che era stata data da voi, e tante altre che venivano d’ogni parte a screditarla. Anch’io, ve lo confesso, anch’io ho qualche volta dubitato, e non ci volle che il ricordo di tutto il vostro passato, per farmi vergognare dei miei dubbi intorno alla vostra sincerità. Che volete? Non si ha una fede da apostoli. Anche gli apostoli, poi, domandavano prove. E queste, nel caso presente, erano piuttosto contrarie che favorevoli a voi. Eravate a Napoli, mentre avevate detto di andare a Padova. Che si doveva pensarne?

— È vero; — disse Massimo; — le apparenze si erano voltate tutte contro di me. Ma a Padova ero andato; ed anche a Venezia; e aveva veduti i miei, ma senza trovare dentro di me il coraggio di esporre la triste verità. Son gente onorata, i miei; gente antica di costumi e d’idee, niente disposti a scusare ciò che non intendono, ciò che non farebbero mai. Pensate che io non avevo solamente perduto una somma enorme; ma che mi ero avvilito, giuocando una parte del mio patrimonio, come uno sciocco vizioso, senza aver dato mai a quei vecchi e venerati parenti ragione di credermi vizioso, nè sciocco. Tutte queste cose io le intesi benissimo, le vidi chiaramente, quando fui là. No, non parlerò, diss’io tra me; scriverò, ed essi sapranno il vero, quando io non sarò più in caso di arrossire. Sì, questo avevo pensato, — soggiunse Massimo, abbassando la fronte; — mi era parso minor vergogna il suicidio, che una confessione sincera a quei nobili vecchi. In quel punto mi giunse la lettera di Don Memmo....

— Don Memmo! — esclamò la duchessa. — Che c’entra Don Memmo?

— Non sapete? — riprese Massimo. — Ah, è vero; non lo avevo detto ancora. Don Memmo Savelli era il mio maggior creditore. Per quattrocentomila lire!... Una inezia per lui: una somma enorme per me. Potevo pagarla, vendendo una parte del mio; ma la cosa non sarebbe avvenuta senza scandalo, e mi avrebbe alienato l’animo degli zii, fatto perdere il loro affetto, per me più prezioso di tutta la loro eredità. Poveri vecchi! Come io abbia potuto mettermi al rischio di addolorarli tanto, non saprei dir veramente. Ci eravamo riscaldati al giuoco.... Notate, Serena! Io che non giuoco mai, che ho sempre avuto orrore per il tappeto verde, mi ero lasciato trascinare dalla compagnia. Quando ebbi perduto tutto il denaro che avevo con me, il demone ignoto mi afferrò, mi fece smarrire la ragione. Giuocai sulla parola; perdetti ancora, perdetti sempre, e nella speranza di rifarmi, nella vergogna di ritirarmi dal giuoco, venni fino a quel punto che vi ho detto. Il Savelli è un gentiluomo; neanche a lui piaceva di passare per un frequentatore di bische, fossero pure eleganti, e molto meno per un giuocatore troppo fortunato. Mi prese in disparte e mi disse: «Conte Massimo, s’intende che abbiamo giuocato per celia». Io non accettai, come potete immaginarvi; avevo perduto; volevo pagare. «Ebbene» mi disse allora «prendete tutto il tempo che vi piacerà». Risposi che quindici giorni mi sarebbero bastati, dovendo andare a casa mia, per raccogliere una somma così forte, che naturalmente non avevo sotto la mano. «E quindici, e venti giorni» mi rispose il Savelli, «anche un mese; fate il comodo vostro». Ringraziai, ma l’orgoglio mi consigliava di non approfittare della sua generosità. Partii ventiquattr’ore dopo. Avrei voluto partir subito; ma, se ricordate, una questione d’onore, in cui ero padrino, mi tratteneva; solo appena mi fui liberato dall’impegno, corsi alla stazione, dopo avervi mandato il mio triste biglietto, donde m’immagino che avrete capito ben poco. Ero tanto confuso! Anche al Montegalda non so che cosa abbia detto. Ricordo ch’egli rimase esterrefatto, il mio povero amico; come se a lui, non a me, fosse toccato quel colpo!