— Ha un gran cuore, il conte Almerico! — esclamò la duchessa. — Ma voi mi avete parlato di una lettera del Savelli....
— Sì, la ricevetti quattro o cinque giorni dopo il mio arrivo in famiglia. Don Memmo mi chiedeva un servizio. «Lasciate stare» mi scriveva «lasciate stare il vostro debito, che penserete a pagarmi più tardi. Io vado a Napoli, e là mi bisognerebbe l’aiuto di un amico come voi; anzi, per dirvi tutto, mi bisognate voi, e un altro non potrebbe servirmi come voi». La lettera non diceva di più; solo insisteva sulla necessità di avermi a Napoli, e subito. Non posi tempo in mezzo, immaginando che si trattasse di cosa gravissima, e pensando che a Don Memmo Savelli io non potevo oramai ricusare nessun sacrifizio. —
Qui il signor conte di Riva sentì il bisogno di ricogliere il fiato. Aveva già detto molto; ma proprio allora veniva il difficile. La duchessa taceva, ma con molta attenzione seguiva il racconto, guardando fissamente Massimo, pendendo quasi dalle sue labbra. Buon segno, non è vero? E così doveva pensare anche lui.
Dopo un istante di pausa, Massimo ripigliò in questa forma:
— Che cosa vorrà il principe Savelli, che rinunzia alla speranza di un pronto pagamento, per avermi a Napoli con lui? Fatta questa domanda a me stesso, cercai tutte le spiegazioni possibili, senza appormi alla vera. Questa, io non la conobbi che a Napoli, e proprio alla stazione della strada ferrata, perchè egli era venuto ad aspettarmi, all’arrivo del treno. «Massimo, mi disse egli subito, voi solo potete rendermi il più felice degli uomini». E perchè io mi maravigliavo di tanto potere che egli supponeva in me, Don Memmo fu pronto a soggiungere: «Vi parrà strano, ma così è: la mia sorte è nelle vostre mani; sono innamorato.... di miss Lockwood».
— Ah! — esclamò Serena. — E che c’entravate voi, conte?
— Ecco qua; — rispose Massimo, con aria di sommo candore. — Dovete sapere che a Roma, sul principio dell’inverno, avevo conosciuto un signore americano. Era una conoscenza superficiale, di cui non avevo fatto caso, come non lo feci poi dell’incontro delle due signore, al ballo dell’ambasciata inglese. Il signor Lockwood, poichè di lui si parla, mi aveva preso in grande amore. Simpatie naturali, che non si spiegano, perchè non si bada alle loro origini, al modo in cui sono nate! Io avevo portati due biglietti di visita all’albergo di Roma, dove i signori Lockwood erano alloggiati, e poi.... m’ero anche dimenticato di loro.
— Non però di fare una visita nel loro palco a teatro; — osservò placidamente la duchessa.
— Me ne fate ricordare; — rispose Massimo. — Cercavo il Mattei, per quella certa questione d’onore, in cui eravamo impegnati; dovevo parlargli ad ogni costo, mi dissero che era nel palco dei Lockwood, e approfittai della conoscenza, per andarlo a cercare. Non rimasi là che due minuti.... Anche di questa circostanza ho parlato al Montegalda, mi pare. Comunque sia, ecco il fatto, spogliato di tutti i suoi abbellimenti; i signori Lockwood avevano lasciato Roma per andare a Napoli. Laggiù, non so come, nè perchè, aveva dovuto recarsi il Savelli. E laggiù, vedendo la signorina Lockwood, se ne era invaghito. Una delle sue stravaganze! Don Memmo, infatti, soleva dire che non gli erano mai piaciute le bionde.
— In queste materie si cambia così facilmente d’opinione! — notò la duchessa, sorridendo.