— Dev’esser così.... per Don Memmo; — rispose il conte di Riva, felicissimo di vedere accettate con tante benignità le sue stentate invenzioni. — Egli dunque si era invaghito di una bionda, e d’una bionda americana. Il caso aveva fatto che non fosse entrato in relazione con quella famiglia, quando era a Roma. Bisognava far conoscenza allora....
— Ed era necessario chiamar voi da Venezia? — esclamò Serena. — In verità, non credevo così povero di spirito il vostro Don Memmo!
— Qui forse non lo giudicate bene, signora. Egli non aveva modo di farsi presentare da nessuno, perchè i Lockwood, che a Roma facevano vita di società, a Napoli ci stavano da semplici viaggiatori, senza nessuna relazione con la buona compagnia. Un solo personaggio, non so come, era riuscito ad entrare in qualche dimestichezza con loro: un certo marchese Gerolifi di Monte Carmelo: gran nobiltà, con pochi quattrini, e urgente pericolo per l’innamorato Don Memmo. Fu allora che questi, ricordando di avermi veduto a Roma in compagnia con mister Lockwood, e non vedendo lì per lì altro modo di entrare in relazione con lui, mi scrisse la sua lettera, chiedendo soccorso. Gli ero obbligato da quel debito maledetto; non potei ricusarmi ad un appello, di cui ignoravo tuttavia le cagioni. «Non è che questo?» gli dissi, quando egli ebbe parlato. «Oggi stesso vi presenterò a mister Lockwood». Egli così freddo e contegnoso, come un antico barone, poco mancò non mi gittasse le braccia al collo. Quel medesimo giorno, per fargli servizio, andavo a visitare i Lockwood, ed accettavo di fare insieme una gita a Pompei. Due giorni dopo, presentavo Don Memmo. Era tempo. Infatuato dei titoli, il minatore americano aveva disegnato di fare della sua figliuola una marchesa di Monte Carmelo e di non so quali altre terre ipotecate e castella smantellate. Don Memmo aveva più titoli, ed era ricco per giunta: non si poteva credere che sposasse soltanto per entrare al possesso di una miniera d’argento. Egli, ad ogni modo, copriva le gracili spalle di miss Lockwood con un mantello di ermellino; cingeva la sua piccola fronte con una corona chiusa di principessa del Sacro Romano Impero. Mister Lockwood, una settimana dopo la presentazione di Don Memmo, non vedeva più che per gli occhi di lui. Il marchese Gerolifi se ne ritornò a Monte Carmelo, e il principe Savelli ebbe la consolazione, che io veramente non riesco ad intendere, di vedere accolta la sua domanda formale.
— Di matrimonio? — gridò Serena.
— Sicuramente.
— Il principe Savelli.... il principe Savelli sposa miss Lockwood? E siete voi, conte, che avete combinato il matrimonio! Voi, al quale si attribuiva anzi l’idea....
— L’idea sciocca di essere andato a Napoli, perchè invaghito della bionda signorina, non è vero? — disse Massimo, torcendo le labbra con aria di superbo dispregio. — Queste cose poteva pensarle soltanto un uomo che non mi conoscesse; solo un nemico poteva dirle, ma ancora senza crederle. Ora eccovi la mia giustificazione nel fatto. Avrei lavorato per altri, se quella ricca dote e quella povera figura fossero piaciute a me? —
La duchessa taceva, guardando sempre fissamente il signor Massimo, come se volesse leggergli dentro l’anima quelle idee che egli andava vestendo così faticosamente di parole. E tacque ancora, nella pausa ch’egli fece, ammirato dell’antitesi che gli era fiorita dal labbro. Perdoniamogli questo gaudio d’artefice, noi che nel caso suo, o in altro consimile, faremmo altrettanto, e senza sentirne vergogna. Quante volte non ci avviene egli di ammirarci, ingenui fabbricatori di frasi, che volentieri abbiamo in conto d’idee!
— E così, — disse lentamente Serena, dopo quell’istante di pausa, — avete assistiti gli amori nascenti di Memmo Savelli e della signorina Lockwood? Non supponevo in voi tanta pazienza, davvero!
— Non è infatti nell’indole mia; — rispose Massimo, non intendendo il pensiero di lei, o prendendolo troppo alla lettera. — M’importava poco di assistere; mi cuoceva anzi di restare, poichè avevo reso all’amico il servizio che aspettava da me. Ma io, per rendere quel servizio a Don Memmo, avevo dovuto fingere un viaggio di piacere; e perciò fui costretto a restare una diecina di giorni ancora, sempre in compagnia degli amici, girando di qua e di là, come un grande curioso, ammirando tutto quello che gli altri volevano ammirare, da Sorrento, dove il Tasso è nato, fino al capo Miseno, dove Augustolo è morto. Come avrei voluto correre a Roma, per raccontarvi ogni cosa! Ma ricordavo il mio debito; quantunque Don Memmo mi pregasse di non darmene pensiero, io non pensavo ad altro, in quei giorni. Orgoglio e vergogna volevano così, lo immaginate anche voi; più allora che mai, mi comandavano di provvedere a quel negozio, urgente fra tutti. Se il principe Savelli avesse potuto immaginare che nell’animo mio ci fosse la speranza di aver saldato un debito d’onore con una.... mediazione!... Anche il vocabolo, oggi che ho pagato, mi scotta le labbra. Ritornai a Venezia, e non osando confessare neanche allora il mio triste caso ai parenti, ma alquanto più calmo, poichè avevo più tempo davanti a me, ricorsi ai consigli di un avvocato. I miei beni non erano gravati di nessuna ipoteca; potevo ottenere un imprestito. La somma era forte, nè io avrei saputo a chi domandarla; ci pensò l’avvocato, e trovò egli il mutuante. Si chiama così, il personaggio che impresta; — soggiunse Massimo, sforzandosi di rallegrare la materia con una piccola celia. — Ma queste cose non si fanno alla lesta; il personaggio è lento a risolversi, minuzioso nell’osservare dove e in qual modo colloca il suo denaro. Soltanto otto giorni fa potei aver conchiuso il contratto. E neanche allora mi fu possibile allontanarmi da Venezia, perchè la cosa era giunta all’orecchio dei miei signori zii. Dovetti umiliarmi, raccontando come e perchè io mi fossi trovato in quel grave bisogno. Meglio così, finalmente! Fui sgridato, ma fui anche perdonato. Ora essi non hanno altro pensiero che di restituire la somma per me. Sul castello dei conti di Riva, mi dissero, non sono mai state ipoteche; sarebbe brutto incominciar ora, dopo seicent’anni di storia. Ah, nobili vecchi! Li ho abbracciati, piangente, dopo aver fatto il giuramento solenne di non dar loro mai più un altro dispiacere come quello. Oggi finalmente respiro. Son ritornato a Roma, e mi sento quello di prima, poichè ho riconquistato me stesso, e mi pare di essermi svegliato da un sogno. Da un brutto sogno, diciamo, perchè il giuocatore è assai brutto.