— Dite benissimo, conte; — replicò la duchessa. — Il giuocatore non è neanche un uomo. Ma che racconto mi avete voi fatto! Anche a me par di sognare. Non avrei creduto mai che un uomo serio come il Savelli....

— Ah, che dirvi? — interruppe Massimo. — Certo la sente anche lui, la vergogna del fatto; anzi, diciamo pure che la sente più di me. Perchè, infine, tra due giuocatori brutti, il più brutto è ancora quegli che vince. Parlo di giuocatori gentiluomini, s’intende, e non considero i giuocatori di professione. Vergognato da parte sua, Memmo Savelli mi chiese il silenzio. Ma voi, Serena, dovevate sapere ogni cosa.

— Ed ora, speriamo, non giuocherete più.

— Ah, no davvero! Se anche non l’avessi giurato, me ne riterrebbe l’orrore della cosa.

— E il gran rischio, — aggiunse la duchessa, — il gran rischio a cui vi esponevate, di fare una brutta figura nel mondo. A quali pericoli si va incontro, in un momento di follia! —

Massimo era contento e mortificato ad un tempo. Contento prima di tutto, che la sua stramba invenzione fosse così facilmente creduta. Ma era poi così stramba, se veniva a corroborarla il fatto del matrimonio di Memmo Savelli? No, niente stramba, o non più di tante cose che paiono inverisimili, ma che hanno per sè la dimostrazione irrepugnabile dell’evidenza. Quanto all’essere mortificato, vi sarà facile intenderlo, se penserete, come lui in quel punto, alla prontezza con cui aveva riportata la sua grande vittoria. Quella donna non gli aveva neanche lasciato il tempo di piangere nessuna di quelle lacrime, che egli avrebbe piante così bene. Ma già egli riconosceva anche in questo particolare la sua duchessa di San Secondo, gentile e buona, ma fredda, come una bella statua di marmo. Le belle donne, del resto, non sono un po’ tutte così, come le belle statue? A queste il sole più ardente, a quelle il fuoco della passione più viva, non riscalda che la superficie; alle une e alle altre non si può chieder di più.

Così pensava, il signor conte, e frattanto rispondeva a Serena.

— Ma se vi dico che fu un momento di aberrazione!... Io l’ho scontato con dolori ineffabili. Se sapeste come ho pianto, lontano da Roma.... e da ogni cosa più cara! Ma voi mi avete perdonato, non è vero?

— Sì, conte. E perchè non dovrebbe perdonarvi, l’amicizia, se ritornate pentito?

Non era ciò che Massimo voleva. E capì in quel momento che meglio del raccontare sarebbe giovato il piangere. Ma l’occasione di spargerle, quelle lacrime vittoriose, non si era offerta ancora: gli bisognava cercarla.