— L’amicizia! — esclamò, con accento drammatico. — È grande fortuna. Ma di certe donne.... e per me di una sola al mondo.... l’amicizia è poco. Voi solevate ridere, Serena, quando io, povero innamorato, vi parlavo d’altro; quando nell’impeto della passione prorompente....
— Ora, come allora, — interruppe la duchessa, — io vi dico: fermatevi! Non era bene, il ridere? Non era bene il trattenervi? Sapete pure che le parole mi son sempre parse parole. L’amore, poichè volete ancora ricordarlo, si conosce alla prova. E la prova è lunga, quando non può ottenere l’evidenza da una solenne occasione.
— È giusto; — rispose Massimo, intendendo che bisognava passare per un capitolo di filosofia. — E mancandomi l’occasione della prova solenne, io non potevo far altro che darvi la prova di un amore continuo, paziente, che nessun rigore poteva comprimere, nessuna freddezza soffocarmi nel cuore. Fui sempre il vostro umile schiavo, ve ne ricordate? E voi, che da principio ridevate, incominciaste un giorno a non rider più. Mi fermavate ancora, lo so; volevate così, ed io vi obbedivo, riluttante. Ma allora anche il mio silenzio continuava a parlare. Serena, se conservate memoria di quei lunghi giorni d’angoscia.... Serena, se il vostro cuore non è mutato, se è ancora capace di compassione.... se avete perdonato ad un errore, che non poteva offendere la donna adorata, e di cui ho sofferto io le pene atrocissime.... se credete alle mie lacrime amare.... vi prego, vi supplico, lasciate l’amicizia, che è troppo, se io sono indegno di perdono, che è troppo poco, se io valgo ancora qualche cosa per voi. Serena, io mi butto ai vostri piedi. Calpestatemi, se volete; ma ditemi che mi amate ancora. —
E stava per inginocchiarsi, il lacrimoso eroe; ma la duchessa lo trattenne col gesto.
— No; — gli rispose poscia, con accento tranquillo.
— No? — gridò egli, turbato. — No, avete detto?
— Se debbo dirvelo ancora!... — riprese la duchessa. — Non so che gusto ci troviate a sentirlo ripetere. Ma sia pure come volete: no, non posso amarvi, non vi amo.
— Ma è possibile, Dio santo? — gridò Massimo, piangendo davvero. — Ma che ho fatto io, per dispiacervi così? Non intendete dunque come io sia stato travolto dalla fatalità? Non avete voi perdonato?... Ah no, pur troppo, voi non mi avete perdonato veramente, perchè non avete inteso.
— Ho inteso, conte; — rispose pacatamente Serena. — Calmatevi, signor Massimo, e ragioniamo. Ho inteso che noi non eravamo nati l’uno per l’altro. Anch’io ho sognato, un giorno. E quando sogno, credetemi, sogno bene. Non so pensarli e non li voglio, gli amori vili, che nascono nell’ozio elegante e si trascinano nella consuetudine, per morire nella stanchezza. Valgo di più, e lo sento, e non mi abbasso. Sto sul mio plinto, se volete, come una statua di marmo. Mi pare che una volta siate arrivato a dirmelo voi, ed ho sorriso allora, come ora. Statua greca, o idolo indiano ch’io sia (anche questo m’avete detto un giorno, ed ho ancora sorriso), non sono una donna che si possa lasciare.... neanche per una tavola da giuoco. Non sono una donna a cui basti la prova di una servitù che tutte le abitudini di società rendono molto facile ai gentiluomini come voi. Eravate forse nel deserto, vivendo accanto a me? In questa Tebaide rumorosa, eremita da burla (ve lo lascerete dire da una statua greca e da un idolo indiano), voi passavate agli occhi di tutti per un cavalier servente.... chi sa? fors’anche per un cavalier fortunato. Non ho io fatto molto? non ho io fatto troppo, lasciandolo credere? Era venuto il momento di fare a vostra volta qualche cosa, un po’ più di quello che la mia passata condizione vi permettesse. Ma allora, proprio allora che io vivevo più ritirata, non più a teatri nè a feste, che facevate voi, conte Massimo? Seguitavate a frequentare i teatri, dove io non ero; a mostrarvi nelle feste da ballo, dove io non andavo; a far conoscenze e visite, che io non dovevo sapere. E mi son io lagnata? No. Son così fredda, io! così insensibile! Povero conte, non piangete, vi prego; le lacrime non ci hanno a far nulla.
— Son vere; — mormorò Massimo, tra un singhiozzo e l’altro.