— Lo credo; — ripigliò la duchessa. — Ora soffre in voi l’amor proprio, e per quello si piange davvero, la finzione non c’entra. Anche il mio ha sofferto, non mi vergogno di confessarvelo, ha sofferto più lungamente del vostro. Facciamo una cosa, signor conte, la migliore che possiamo fare in questo momento doloroso: prendiamo il vostro e il mio, buttiamoli a fiume, e ridiamo. L’amicizia che io vi offro, è sincera, consente almeno di ridere.
— E mi avevate permesso di venire da voi! — esclamò il conte Massimo, che non sapeva rassegnarsi.
— Dovevo io proibirvelo? — replicò la duchessa. — Ho pensato invece che l’onor vostro e l’onor mio domandassero questa scena. Ma noi, salvo l’onore, non lo faremo più triste che la cosa non meriti.
— Io vi amo, signora! — gridò Massimo, esacerbato da quell’accento tranquillo, donde traspariva lo scherno. — E voi.... amate un altro. —
A quel colpo inatteso, la duchessa rizzò fieramente la testa, saettando il conte Massimo di una occhiata severa.
— E se fosse?... — diss’ella.
— Ucciderei quell’uomo; — rispose Massimo, il cui amor proprio offeso aveva finalmente trovato la via di sfogarsi.
— Ah, veramente? lo uccidereste? Dovrò io dunque nasconderlo con molta cura, signor conte di Riva, per custodirlo dalle vostre vendette?
— Non lo custodirete, non lo nasconderete, signora. Saprò ben trovarlo io.... l’ho già trovato: è un vil traditore dell’amicizia.... è Almerico di Montegalda.
— Conte! Vi proibisco di offendere quell’uomo; — gridò la duchessa, levandosi in piedi, sdegnata.