Ma l’atto imperatorio e l’accento severo non valsero a trattenere la foga furibonda di Massimo.
— Ah, ah! — rispose egli, accompagnando l’esclamazione con un riso sarcastico. — Voi me lo proibite, signora? Non mi basteranno allora le parole, lo schiaffeggerò. —
La duchessa fu per replicare; e il gesto della mano distesa accennava già con la replica il comando. Ma in quel punto la bussola si aperse, e un nuovo interlocutore entrò in scena.
— Chi parla di schiaffeggiare? — diss’egli. — Chi alza la voce in casa vostra, signora duchessa? —
Massimo si era voltato in soprassalto, e aveva riconosciuto il Buonsanti. Irritato com’era, non poteva mutarsi di punto in bianco per l’arrivo di un uomo. Insolente con una dama, doveva essere impertinente col cavaliere che veniva in mal punto a sostenerne le parti. Meglio così, del resto; aveva trovato con chi sfogare il suo grande dispetto.
Poc’anzi rideva sarcasticamente; fu allora il caso di ghignare. E ghignando rispose:
— Si ascolta agli usci! È usanza da servitori.
— Non mi dispiace il nome; — replicò serio il cavaliere. — Quando la padrona è offesa da un mascalzone, il servo entra e mette l’insultatore nel caso di scegliere tra la porta e la finestra. Ho fatto promessa a me medesimo di castigarvi, signor conte di Riva. Escite! —
Massimo strinse i pugni, sbuffando, e si morse le labbra a sangue. Guardò il suo avversario; guardò la duchessa, che stendeva la mano al nuovo venuto; poi disse, con voce soffocata dalla rabbia:
— E sia. Ci rivedremo.