— Ma allora, ecco qua; — rispose il buon cavaliere. — Ho forse ascoltalo agli usci più che non dovessi, e certamente più che non abbia detto poc’anzi. Il signor conte, dimenticando la vecchia massima: «noblesse oblige», ha detto un sacco di bugie, per iscusare la sua partenza da Roma, e per colorire la sua presenza a Napoli, al fianco di madamigella Lockwood. Ma che colorire? A quel suo sciocco romanzo è mancata ogni tinta di verisimile. Come abbia osato tuttavia di sciorinarvelo, io non arrivo a capire. Forse ha fidato molto nell’audacia dell’invenzione, ed anche un poco sul vostro silenzio. Ma un terzo l’ha udito, e quel terzo son io, che so per l’appunto tutto il contrario di ciò ch’egli narra. Ora sentite: egli manda da me i suoi padrini; questo è naturale, è necessario, se egli non è vile, quanto è stato bugiardo. Io rispondo, mettendo le carte in tavola, convincendolo di menzogna; e scambio di condurlo sul terreno, lo faccio scappare da Roma. —

La duchessa era stata ad udire con grande attenzione il discorso del Buonsanti.

— Io non so come queste cose si facciano; — diss’ella, confusa. — Ma voi mi promettete che una via si può trovare....

— Vi dico che ne son sicuro, sicurissimo.

— E che voi la cercherete?

— Naturalmente; non dubitate. —

XVIII. Gli avanzi della Cernaia.

Sicurissimo? Non lo era punto, il buon cavaliere di Carpigliano. Aveva parlato così, per una di quelle ispirazioni subitanee, che qualche volta sono divinazioni del vero, ma più spesso gretole trovate in buon punto, per cavare un uomo d’impiccio.

Certo, il buon cavaliere non amava il conte Massimo; certo, dubitava della sua sincerità, come aveva dubitato della sua serietà; certo lo aveva per il più bugiardo tra gli uomini. Ma in quel discorso di Massimo, discorso lungo, donde traspariva lo stento della invenzione, una cosa era notevole: l’annunziato matrimonio del principe Savelli. Di quel matrimonio, cosa strana, a Roma non si sapeva ancor nulla. E come poteva saperne già tanto, il signor conte di Riva? Con qual fiducia si sarebbe egli arrischiato a dar la notizia, se avesse pensato di dir cosa non vera? Sicuramente, egli annunziava un fatto, o il principio d’un fatto; sicuramente tra Don Memmo Savelli e la famiglia Lockwood erano corse promesse d’alleanza, e il conte di Riva ne era consapevole; fors’anche ne era stato testimone. Ma come poteva essere avvenuto ciò? e con qual gusto per il conte di Riva? Invaghito della bionda americana, o forse de’ suoi milioni (il cavaliere Buonsanti propendeva piuttosto per questa seconda opinione), fuggito a bella posta da Roma per correre sulla traccia luminosa di quella miniera d’argento e di quei capegli d’oro, come aveva potuto il conte di Riva lasciarsi prendere il fatto suo da Don Memmo Savelli? lasciarsi soppiantare da lui, senza far resistenza? ed apparendone ancora felicissimo?

Il nodo era lì. Al buon cavaliere di Carpigliano il cuore diceva: qui bisogna cercare.