Ma intanto che si disponeva a cercare, non era altrimenti disposto a mantener la promessa, che aveva fatta alla duchessa Serena, di evitare lo scontro. Son queste le bugie pietose che un galantuomo si fa lecito col sesso gentile, col sesso debole, il quale non ha, generalmente parlando, i nostri furori titanici e non usa la nostra logica, nella soluzione di certi problemi della convivenza sociale. Che belle parole, non è vero? e per dirvi che questo consorzio umano è una gran mescolanza di bestie d’ogni specie e d’ogni indole! Ma sì, lettori cortesi: non veniamo noi tutti dall’arca di Noè? Quello è stato l’esempio, il principio e l’archetipo della convivenza sociale.
La prima cosa che fece il cavaliere Buonsanti, a mala pena uscito dal palazzo San Secondo, fu di andare al caffè Maravigli. Non si fermò alla prima sala, ritrovo di giornalisti; non alla seconda, conciliabolo di pezzi grossi del Parlamento; non alla terza, accademia di professori, più o meno Lincèi; andò diritto alla quarta, circolo di vecchi ufficiali. Colà, nelle prime ore della sera, si sentiva parlare il buon piemontese di Cuneo e di Fossano, di Pinerolo e d’Ivrea, di Cherasco e di Mondovì. Colà, secondo la piega della conversazione, si rifacevano piani di vecchie battaglie, o si ragionava pacatamente di stati, di competenze, di avanzamenti, di collocazioni a riposo, o in posizione ausiliaria. Ho detto pacatamente; ed erano infatti uomini calmi, contegnosi anche nella ilarità di certi momenti; avevano i baffi grigi, le fronti aperte e gli occhi sereni. Il soldato che ha fornita la sua lunga carriera, e la ricorre col pensiero e ci vede per entro, come pietre miliari, tanti bei nomi di battaglie che hanno rifatta l’unità e l’indipendenza della patria, ha questa serenità, questa limpidezza nell’occhio, dove pare che si rispecchino ancora le grandi cose compiute. Quando sono in parecchi, raccolti a discorrere in un’ora di svago, vengono fuori anche i morti, con le loro alte virtù militari, perfino coi loro difetti, trasformati, trasfigurati in qualità. Come si ricorda allora il buon Cerale, «Ceralin d’or», che distingueva, per le firme, il calamaio divisionale dal calamaio circondariale, ma che sapeva far tanto bene una cosa, da lasciar credere che non sapesse fame altra: andare avanti! E il maggior Quaglia, col suo cerimonioso «passi pure!» al sottotenente che gli aveva detto impossibile rimettere un cannone sul fusto, per fare una scarica di mitraglia, col nemico a quaranta passi, e a cui egli, il bravo maggiore, aveva dimostrato col fatto esser l’una cosa e l’altra egualmente possibili! E il capitano Gatti, col suo «silenzio!» proferito ad alta voce, dopo aver egli stesso interrogato l’inferiore! Era sordo, il valoroso, sordo ad ogni voce, fuorchè a quella dell’onore, e temeva sempre che il sergente, il caporale, e il soldato, gli rispondesse male. Ah, bei tipi di valorosi estinti, come Arrigossi il forte, Pinelli l’erculeo, Ropolo il poeta, Longoni l’energico, Caminati l’eroico, e via via tutta una legione di luminose figure!
Colà si recò il cavaliere Buonsanti, tralasciando di andare in cerca del Montegalda, con cui pure aveva uso di passare le ultime ore della serata. Era tardi, per trovare molta gente, nell’ultima sala del caffè Maravigli. I vecchi soldati son mattinieri, ed è naturale che si ritirino presto. Seduti in quell’angolo, che egli conosceva benissimo, non ce n’erano rimasti che tre. Ma egli, infine, non ne cercava che due, e la fortuna lo serviva a dovere, poichè nella terna ce n’erano per l’appunto due dei più intimi, suoi compagni d’Accademia e fratelli d’arme nella stessa brigata, il conte Avogadro di Pamparato, oramai maggior generale nella riserva, e il cavalier Ruffini di Nisio, colonnello brigadiere, per ragioni di economia, com’egli diceva. Infatti, comandava una brigata, ma aveva ancora la paga da colonnello. E l’economia, per altro, non la faceva egli: la faceva il ministro Ricotti. Con essi due era seduto il colonnello Galleani, addetto al ministero della guerra.
Il cavaliere Buonsanti fu accolto a festa dai due vecchi compagni. Erano stati insieme a parecchi incontri; ma più vicini, perchè tutti e tre nello stesso battaglione, erano stati in Crimea, in quella memoranda e cara Crimea, dove l’esercito piemontese aveva data la prova del valor suo, vendicando Novara.
— «Ciaio, Carpijan!» — gli gridò il Pamparato. — Sei tu? che buon vento ti porta? —
Inutile riferir la risposta e tutti i discorsi che ne seguirono tra quei «vecchi della vecchia». La vecchia, se nol sapete, è un aggettivo sostantivato, che tra i militari antichi significa per l’appunto la vecchia guardia. Questo non è più un ricordo della Crimea; è un ricordo dell’esercito Napoleonico. Il Carpigliano fu felice di ritrovarsi una mezz’ora coi suoi commilitoni. Si stette sulla celia un pochino, poi si ritornò sul grave. Così voleva l’argomento, che era in discussione, prima che il cavaliere giungesse quarto «fra cotanto senno». Figuratevi! si parlava del bollettino degli avanzamenti. Il Carpigliano, per altro, poteva metterci poco del suo. Da parecchi anni aveva perduto l’uso di quelle faccende. «La mia contabilità è in arretrato» diceva egli ridendo.
— Tu sei un viveur! — gli rispose il Nisio. — Un buontempone! — soggiunse, traducendo subito, secondo il costume dei vecchi piemontesi, quando hanno buttata là una parola o una frase d’oltr’Alpe. — Tu hai sempre vent’anni. Ah, che grazioso matto eri allora! Te ne ricordi, «Carpijan»? Ma non sempre grazioso; qualche volta anche feroce. Ai tempi della Generala.... —
Qui venne fuori, sebbene modestamente accennata, una storia d’amore. A Genova, prima dell’imbarco per la Tauride, il cavaliere di Carpigliano, biondo sottotenente, aveva avuto una fiera passione. La Generala, la bella Generala, come era costume chiamarla, anzi la bellissima Generala, come si sarebbe dovuto dire, per accostarsi alla verità, aveva fatto girar per davvero la testa del giovanotto, e n’era anche seguito un duello, riescito a grande onore del Buonsanti, ma non senza sospiri della stupenda creatura, nè senza fatica dei padrini, soldati tutti come i due combattenti, per dissimulare le cagioni del duello, che non andassero all’orecchio del generale consorte.
Il Carpigliano sospirò, a quell’accenno del Ruffini.
— Ahimè! — diss’egli. — Storie dell’antico Testamento, miei cari! —