E ricordava frattanto quell’alta e maestosa persona; quel viso di regina, quel portamento di Dea, quel piede di.... duchessa. Il titolo gli veniva naturale alla mente, per associazione d’idee e d’immagini. La bellissima Generala somigliava infatti a Serena, aveva moltissimo di lei. E il cavaliere Buonsanti pensò allora che ci dovesse entrare qualche poco delle sue reminiscenze giovanili, nel culto divoto che aveva dedicato alla duchessa di San Secondo. Povera Generala! Dov’era andata a finire? Zia, forse (perchè nonna non era divenuta di certo), zia di belle o brutte nipoti, in qualche angolo oscuro della Savoia, o della contea di Nizza. A Nizza, sicuro, o a Mentone. Laggiù, come a Thonon, ad Annecy, a Pont-beau-voisin, si trovano ancora, questi avanzi della bellezza reggimentale e divisionale dell’antico Piemonte.
Per intanto, gli avanzi del valore erano là raccolti, in una sala del caffè Maravigli. Rimasero puri e schietti avanzi della Cernaia, del ponte di Traktir, quando fu partito il colonnello Galleani, che doveva alzarsi per tempo, e andare a vedere i lavori del forte Tiburtino.
Il discorso dei rimasti minacciava di volgere sulle fortificazioni di Roma, intorno alle quali il Pamparato aveva delle idee, che non erano intieramente conformi a quelle del ministero della guerra. Ma appena fu solo coi due compagni di Crimea, il cavaliere Buonsanti, il «Carpijan», com’essi piemontesemente dicevano, entrò subito in un’altra materia, che a lui premeva di più. Non era venuto solamente per salutarli e per restare una mezz’ora a chiacchiera con essi, ma per chiedere aiuto, assistenza agli amici. Diceva la cosa in poche parole: aveva un duello.
— Ah, bravo! — gridò il Nisio. — Se lo dicevo io! Sempre vent’anni! E per un’altra Generala, m’immagino....
— No; — rispose il cavaliere. — Se mai, oggi come allora, non si tratterebbe che di platonismo puro. Ma vi ripeto, non c’è neppur nulla di questo. Vi racconterò ogni cosa, perchè ad uomini come voi si può parlare col cuore sulle labbra, e giudicherete con piena conoscenza di causa.
— Andiamo a far due passi, allora! — disse il Pamparato. — Se tu puoi aver il cuor sulle labbra con noi, le pareti possono avere orecchi con te.
— Giustissimo; volevo appunto pregarvene; — rispose il cavaliere Buonsanti.
Il maggior generale e il colonnello brigadiere chiamarono il tavoleggiante, pagarono il loro grog (anche questo un avanzo della Crimea, un ricordo dei loro commilitoni d’Inghilterra) ed uscirono, avviandosi a San Silvestro, e di là proseguendo verso la piazza di Spagna. Su quella piazza vasta e a quell’ora solitaria, accanto al labbro della grande fontana, il cavaliere di Carpigliano raccontò, come aveva promesso, ogni cosa.
— Che ne dite? — domandò egli, conchiudendo.
— Che questo «bel merlo» ti manderà domattina una coppia di padrini; — rispose il Pamparato.