— Sì; dove?

— Alla fortuna. Verrò a prenderti alle sei, e allora risolveremo.

— Sta bene, — rispose Almerico. — Ti aspetterò qua. —

E respirò un pochino più libero, il povero Montegalda; respirò come il condannato a cui sia stato annunziato che l’esecuzione è prorogata d’un giorno. Ventiquattr’ore sembrano una eternità, a chi poc’anzi non aveva più che alcuni momenti da vivere.

XIX. La spada di fuoco.

Escito dal ministero di grazia e giustizia, il buon cavaliere si avviò al caffè di Roma, per far colazione. La sala era ancor mezzo vuota; anzi, si sarebbe potuta dir vuota affatto; se non ci fossero stati due signori, seduti ad una tavola del fondo. Fu grande la maraviglia del cavaliere Buonsanti, ravvisando in quei due il principe Savelli e mister Montgomery Lockwood.

Don Memmo e il Buonsanti si erano veduti in società, almeno un centinaio di volte. Erano dunque amici, nè l’uno poteva fingere di non riconoscer l’altro. Don Memmo fu il primo a levar la testa, in atto di saluto, e a stender la mano al Buonsanti.

— Voi a Roma, Don Memmo! — esclamò il cavaliere. — Io vi facevo ancora a Napoli.

— Ne son ritornato questa mattina; — rispose il Savelli.

— Oh, bene! son proprio felice di potervi dare il ben tornato.