— Ebbene, Don Memmo, eccovi la domanda. Che cos’è avvenuto a Napoli tra voi e il conte di Riva? che cos’era avvenuto tra voi due, prima che egli partisse da Roma?

— Nulla, in Roma. Ci salutavamo, incontrandoci, e qualche volta si barattavano quattro parole. Per quello che è avvenuto a Napoli, meglio potrebbe informarvi sir Montgomery, amico mio e futuro suocero. Il conte di Riva si era messo in testa di sposare la sua figliuola, contro il desiderio di lei e la volontà del padre. Perciò egli venne a fare una scenata a me, ed ebbe il coraggio di farne un’altra al signor Lockwood.

— Ma io, — soggiunse mister Montgomery, — l’ho minacciato di raccontare la cosa su tutte le gazzette d’Europa. Allora gli son passate le furie, al signorino. —

Il cavaliere di Carpigliano rimase attonito a quelle notizie, così brevi, ma per contro assai chiare.

— A questo era giunto? — esclamò. — E con voi, Savelli?

— Con me non fece strada più lunga. Se ne ricattò solamente con un biglietto, lasciatomi all’albergo: un biglietto orgoglioso e stizzoso. Vedetelo qua: lo conservo ancora nel mio portafoglio. Avevo in animo di farglielo ingoiare a quello sciocco insolente. E certo, se mi capita tra i piedi, ed ha la sfacciataggine di guardarmi, lo ingoia. —

Il cavaliere lesse il biglietto, che già conosciamo, scritto a matita dal conte Massimo, e lasciato da lui alla porta di Don Memmo, dopo la conversazione agrodolce che aveva avuta col padre di miss Madge.

— Che buffone! — mormorò, restituendo il biglietto al Savelli.

— Ben dite, buffone! — rispose Don Memmo. — E con lui vi battete! e perchè, se è lecito saperlo?

— Confidenza per confidenza, — disse il cavaliere. — Egli era venuto a raccontare di aver perduto, giuocando con voi, la bella moneta di quattrocentomila lire.