— Ah, questa è grossa! — gridò il Savelli. — Quattrocentomila lire? Neanche un soldo; ed io non ho mai avuto il fastidioso onore di giuocare con lui. Ma è un saltimbanco questo conte di Riva! Lo prendo a pedate, se lo incontro.

— Vi pregherò di non farlo, — disse il Buonsanti. — Queste cose io ve le ho dette in confidenza.

— Avete ragione; scusate. Ma è grossa!

— Parve grossa anche a me, — riprese il Buonsanti. — E mi parve più grossa quell’altra, soggiunta subito dopo, che voi, avendo bisogno di farvi presentare al signor Lockwood, chiamaste lui a Napoli; nè egli, per ragione di quella perdita fatta al giuoco, e dovendo pagarvi ancora il suo debito, potesse ricusarvi il servigio.

— Ah sì, davvero! Vi ho raccontato in che modo mi servisse, cotanto intercessore! — esclamò il Savelli. — Ma a qual pro’ un simile tessuto di bugie?

— Desiderio di persuadere una gentildonna, — rispose il cavaliere, abbassando la voce, e quasi parlando all’orecchio di Don Memmo; — e una gentildonna che egli non è mai stato degno di avvicinare, quantunque l’abbia lungamente seccata della sua assiduità.

— Capisco, — mormorò Savelli. — Così voleva egli scusare l’assenza da Roma? Ecco una favola molto audacemente architettata. E poteva sperare che gli fosse creduta?

— Non dalla dama, sicuramente, — replicò il Buonsanti. — Essa non ebbe mai che amicizia per lui; alla sua amicizia, semplice, schietta e non sospettabile, una cosa sola poteva succedere, dopo quella favola sciocca: un benevolo disprezzo. Quanto a me, il mio disprezzo non ha nessuna ragione per essere benevolo.

— E il vostro duello ha origine da ciò?

— Sì; ho avuto occasione di dargli del bugiardo; senza prove, ma con molta sicurezza.