— Ora avete le prove; cavaliere.
— Certamente, e ve ne ringrazio. Così mi sento l’anima in pace.
— Voi vi battete? — entrò a chiedere mister Lockwood.
— Già, con quel grazioso personaggio! — rispose il cavaliere, sorridendo.
— Non vi battete! — replicò l’americano. — Io nel caso vostro gli stamperei sulle gazzette che non dò soddisfazione ai bugiardi.
— Sir Montgomery, che ci volete fare? È un uso nostro.
— Brutto uso, permettete, brutto uso! Noi non lo abbiamo. Quando un insolente ci provoca, lo castighiamo, dovunque ci pare, anche in mezzo alla strada, con un colpo di rivoltella.
— È in fondo un duello anche questo, — disse il cavaliere di Carpigliano. — L’insolente, che sa il giuoco, esce provveduto di rivoltella anche lui; e così fate un duello senza padrini, ma con un centinaio di testimoni. E non ne buscano mai, i testimoni innocenti? Capisco; da voi le strade son larghe. Qui, caro signore, se si facesse uno di questi duelli sul Corso, ci sarebbe il rischio di sfondare una lastra di cristallo al Pontecorvo, o al Cagiati. Ma sapete, caro amico, — soggiunse il cavaliere, volgendosi a Don Memmo, — che le vostre notizie sono preziose? Se la vostra testimonianza, invocata all’uopo....
— È a vostra disposizione, — interruppe il Savelli. — Ed anche quella di sir Montgomery. È il meno che io possa fare al conte di Riva, in risposta alla impertinenza del suo biglietto a matita. —
Il cavaliere di Carpigliano assaggiò a mala pena la sua bistecca. Ma non aveva bisogno di mangiare. La contentezza gli aveva fatto andar via l’appetito. Si sentiva l’animo in pace, come diceva: e per sè, e per qualchedun altro.