Era rimasto un po’ lungamente a chiacchiera. Quando guardò l’orologio, erano le due dopo il mezzogiorno.
— Ho fatto tardi, perbacco! — diss’egli. — La buona compagnia mi toglieva ogni idea di tempo e di spazio. Ho ancora da correre mezza Roma. —
E si alzò, per congedarsi dai suoi vicini di tavola.
— Buona fortuna, cavaliere! — gli disse il Savelli. — Pensate che invidio il vostro posto.
— Posso io rendervi la pariglia e invidiare il vostro? — ribattè ridendo il Buonsanti.
Don Memmo si compiacque assai dell’arguta risposta.
— Invidiare è permesso, — diss’egli.
— Purchè non si vada più in là, non è vero? — riprese il Buonsanti. — Io, dopo questo piccolo moto d’invidia, metterò i miei augurii sinceri, che presenterete alla vostra gentil fidanzata. Ho avuto il bene di vederla prima che andasse a Napoli. È un occhio di sole.
— E di sole che riposa dalle fatiche del viaggio, — disse il Savelli. — Perciò vedete fuori solamente noi due.
— Benissimo! Quando il vostro sole risorgerà, ditegli, in nome di un vecchio cavaliere, come fossero definiti certi capegli biondi, una sera che miss Lockwood comparve all’Apollo.