— Sentiamo la definizione.
— Raggi filati, Savelli mio, raggi filati. Sapete pure! Si tesse l’aria; si potranno anche filare i raggi di sole.
— Riferirò il vostro complimento a miss Madge, — rispose Don Memmo. — Ma, con vostra licenza, darò all’autore vent’anni di più.
— Troppi, perbacco! Ed io che vorrei averne ancora venti di meno!
— Bravo! chi vi resisterebbe, allora? Restate così, cavaliere. E vogliateci bene. Speriamo di vedervi. Finora, all’albergo di Roma; più tardi in casa Savelli. —
Il Buonsanti ringraziò, accettando, mentre si disponeva ad escire. Ma anche il signor Lockwood, ammirato dalla galanteria del cavaliere, volle dirgli la sua.
— Signore, onoratissimo di aver fatta la vostra conoscenza! Venite a trovarci. Anch’io vi dirò, come il principe Savelli: buona fortuna! Ma sarei più contento se voleste seguire il mio consiglio.
— Grazie, ma non si può, — rispose il cavaliere di Carpigliano. — Conoscete il nostro proverbio italiano? Paese che vai, usanza che trovi. La nostra usanza è di sbudellarci in tutte le regole. —
Se ne andò finalmente, ed uscì sul marciapiede, canticchiando, come il più felice degli uomini. Non aveva da correre mezza Roma, come gli era occorso di dire, per esagerazione di discorso. Dieci minuti dopo era a casa; mezz’ora più tardi era all’ordine. Vennero i suoi padrini; e con essi un terzo personaggio, che non fu il caso di presentare, poichè il Buonsanti lo conosceva benissimo.
— Ah, il dottor Bosany! — esclamò il cavaliere, stendendogli la mano. — Il nostro simpatico ungherese!