— Di nascita, — rispose quegli; — ed anche italiano di cuore.

— Si sottintende; — replicò il Buonsanti. — Italiani e ungheresi, ci siamo sempre amati. Siamo infine cavalieri che portiamo gli stessi colori: verde, bianco e rosso in ambedue le bandiere. Caro amico Bosany, ho per un lieto augurio la vostra presenza tra noi. —

I quattro amici scesero allora le scale. Un landau chiuso aspettava all’uscio di strada. Si ficcarono dentro, e via, andando incontro alla buona fortuna, augurata da Don Memmo Savelli. Ah, non dimentichiamo che l’aveva augurata anche il signor Montgomery Lockwood, grande amico della capricciosa dama, che gli era stata liberale di una miniera di argento.

Il cavalier Ruffini di Nisio, prendendo posto nella carrozza, aveva dovuto levar dal sedile e mettersi tra le ginocchia un lungo involto, assai più voluminoso e tondeggiante all’uno dei capi, e tutto rivestito d’una fodera di lana verde.

— Ti rammenti? — diss’egli al Buonsanti, che aveva gli occhi rivolti a quell’arnese muto, ma destinato a farsi sentire più di tutti loro, quando fosse giunto il momento.

— Di che? — domandò il cavaliere.

— Della bellezza di trentadue anni fa; — rispose il Nisio; — quando si fece quella scarrozzata da Genova a Rivarolo. Anche allora io dovetti prendermi fra le ginocchia l’involto di lana verde. Tu mi domandasti, ridendo: «Che istrumento hai portato? un trombone?» Ed io ti risposi: «Sicuramente, non dobbiamo forse suonare?».

Il cavaliere Buonsanti sorrise al ricordo, ed anche sospirò un pochettino.

— Anni volati! — esclamò. — La nostra vita è un soffio. A me pare che fosse ier l’altro, quel giorno. Povera e bella Generala!

— «Où sont nos amoureuses?» — cantarellò il conte di Pamparato.