Frattanto la carrozza, varcato il ponte di Ripetta, svoltava verso i prati di Castello. Pochi minuti dopo, costeggiato un muro di cinta, si fermò ad un rustico portone.

— Ci siamo; — disse Nisio. E levato il suo trombone, lo consegnò al suo soldato, che era disceso da cassetta e si presentava allo sportello.

Smontati l’un dopo l’altro, i nostri quattro personaggi entrarono nella villa. Un vecchio contadino era là, sull’ingresso, ad attenderli, per ordine del suo padrone, amico del cavalier Ruffini di Nisio.

Salutò, il vecchio contadino; poi, vedendo tutti quei baffi grigi, borbottò sommessamente:

— Ne hanno voglia! alla loro età!...

Ma sì, vecchio abitatore dei campi; il sangue, fin che scorre franco nelle arterie, ha vent’anni.

Erano a mala pena entrati nella villa, che s’udì nella strada un fragore di ruote. Giungeva il conte Massimo, co’ suoi padrini e il suo medico. Due minuti dopo, quegli otto personaggi erano tutti raccolti sulla piazzuola, davanti alla casa, il cui tetto a quell’ora incominciava a gittare un po’ d’ombra, da tre a quattro metri di larghezza, su quindici di lunghezza. Era quanto bastava per combattere; ma bisognava anche tener conto del lato donde girava il sole.

I padrini del conte di Riva, come più giovani, lasciarono cortesemente ai padrini del cavaliere Buonsanti l’ufficio di dirigere il combattimento, e si rimisero a loro per la divisione del campo. I due vecchi soldati, da galantuomini, non vollero neanche lasciare alla sorte il vantaggio della parte dove l’ombra sarebbe cresciuta via via; stabilirono in quella vece che, prolungandosi il combattimento, ogniqualvolta uno dei duellanti, incalzato dall’avversario, escisse fuori dell’ombra, si dovesse dar l’alto. Era anzi da gentiluomini il fermarsi, senza mestieri di comando, a mala pena si vedesse l’avversario con gli occhi al sole.

Tutto concertato in tal guisa, il Riccoboni, che era il più giovane dei padrini, consegnò le spade ai due avversarii, che già avevano gittato in un canto i soprabiti e le sottovesti. I due levarono le spade, salutando sui lati, poi si volsero l’uno all’altro e caddero in guardia, rimanendo ad osservarsi scambievolmente per cinque o sei minuti secondi; il cavaliere Alessandro, mettendo fuori per quella occasione un sorrisetto sarcastico che ricordava altri tempi, e il conte Massimo imitandolo come poteva.

Era in collera, il conte Massimo; rideva male con le labbra, mentre dagli occhi gli balenava il desiderio della vendetta. Incominciò tastando il ferro dell’avversario, ed anche tentò di guadagnarlo; ma una pronta sferzata lo rimise a posto. «Che si fa celia?» ebbe l’aria di dire con quella sferzata il cavaliere Buonsanti. «Mi si piglia davvero per un principiante!»