Andatogli a male il colpo di sorpresa, Massimo si diede alle finte, braveggiando irrequieto. Il cavaliere Buonsanti stava duro come un Artabano. Dianzi, salutando i suoi avanzi della Cernaia, aveva ammiccato, come per dir loro: «Vedrete ora se non ho davvero vent’anni!».

Massimo attaccava veloce, ma non ancor risoluto. Era di fronte ad uno che non credeva alle finte e presentava sempre la punta, non facendo quasi altro che un leggero movimento del pugno. Il Pamparato ed il Nisio pensarono allora che se l’occhio dell’amico era vigile, non fosse più egualmente agile il braccio, e che il «Carpijan» non volesse stancarsi prima del tempo.

L’assalto finì senza novità con due attacchi respinti.

— Bravo, perdio! — mormorò il Pamparato al Buonsanti, quando si fece il primo alto. Il cavaliere sorrise, inarcando le sopracciglia. Quell’altro avanzo della Cernaia aveva l’aria di rispondere: «Che! ora vedrete il meglio!».

Quando i due combattenti si rimisero in guardia, fu un nuovo attacco di Massimo, ma più serrato, senza le volate della prima volta. Il cavaliere di Carpigliano incominciò ad avanzare, e l’assalitore fu costretto a rompere. Come questo fu cacciato fuori dell’ombra, il suo avversario, senza attendere il cenno dei padrini, si ritrasse, invitando; poi si fermò, e riprese il giuoco di prima. Il conte Massimo, indispettito, non volle più rompere, e fu suo danno, perchè l’avversario, con un colpo d’arresto, lo toccò all’avambraccio.

— Siete ferito? — gridò il Nisio, che aveva veduto giungere il colpo.

— No, nulla; — rispose il conte Massimo.

— Nulla è presto detto! — replicò il brigadiere. — Per la regolarità delle cose, vediamo di che si tratta. —

Massimo stese il braccio, sorridendo, perchè il signor brigadiere vedesse a sua posta. Aveva la manica della camicia lacerata, e sotto quel piccolo strappo una leggera ferita.

— Vedete, signor conte, che qualche cosa c’era; — disse il Nisio, mentre si accostavano i medici per osservare a lor volta.