— Non sentivo nulla, io; — rispose Massimo. — È del resto una semplice graffiatura.
— Siete nel vostro diritto, chiamandola con questo nome; — ripigliò il vecchio soldato. — E i dottori, che cosa ne pensano? —
I dottori osservarono, palparono, premettero, senza che il volto del conte tradisse alcun senso di dolore.
— Cosa di poco momento, infatti! — sentenziò il medico del conte di Riva.
Il duello ricominciò. Massimo si cacciò sotto con gran furia; ma tutto ad un tratto gli cadde la spada. Com’era avvenuto ciò? Prima che egli potesse raccapezzarsi, il cavaliere di Carpigliano aveva spiccato un salto di fianco e posto il piede sulla lama dell’avversario, mentre gli presentava al petto la punta della sua. Il conte Massimo, con un moto istintivo si era gittato per raccogliere la spada; con un altro moto istintivo si ritrasse indietro. Allora il cavaliere Buonsanti si chinò, raccolse egli la spada, e disse, porgendola al conte:
— Volevo avere l’onore di presentarvela io stesso.
— Un bel disarmo, non c’è che dire! — borbottò il conte Massimo.
Avrebbe voluto ridere, ma non gli venne fatto che di torcer le labbra. E ripresa la spada, tornò all’assalto; ma più guardingo, che non gli avesse a toccare un altro disarmo. Quel diavolo del Buonsanti era saldo come un macigno; e il suo ferro, che egli trovava sulla sua via, dovunque egli tentasse di penetrare, seguitava a guizzargli davanti agile e sicuro, ora giuocherellandogli con la punta sul petto, ora balenandogli sugli occhi, come una lingua di fuoco. Era quello il gran giuoco del cavaliere di Carpigliano; e così il vecchio schermidore era stato, trentadue anni prima; così il prode sottotenente aveva saputo comandare alla sua ira gelosa, pensando che il braccio del suo avversario poteva esser utile come il suo proprio alla difesa della bandiera; e perciò, mentre avrebbe potuto uccidere, si era accontentato di pungere.
Anche allora, trentadue anni dopo, il vecchio schermidore aveva la vita di un uomo nel pugno. Quell’uomo valeva poco, a’ suoi occhi; era un insolente, un bugiardo, a cui sarebbe stato bene ogni castigo peggiore. Ma vedendolo perdere in quella guisa il lume degli occhi, il cavaliere di Carpigliano sentì sbollire a mano a mano la collera. Seguitò a lavorare per l’amore dell’arte; gli piacque di mostrare agli astanti quale dei due si stancasse primo, tra il giovane e l’uomo maturo, quale dei due dovesse augurarsi un colpo non troppo grave, per farla finita una volta. Di toccare il Buonsanti non poteva esser più nessuna speranza nel cuore di Massimo. Quel pugno maledetto era sempre in linea; sul forte della lama del Buonsanti scorreva sempre, sgrigiolando, la spada del conte di Riva. Alla fine questi perdette la pazienza. Quel ferro sempre sugli occhi, e tra i guizzi di quel ferro il sorriso continuo del cavaliere, gli sapevano di canzonatura. Volle finirla: o dare o prendere, ma senz’altre lungaggini. Riuscitogli quasi, dopo tre finte alte, un guadagno di spada, tentò di dar la fiancata. Ma quello era un colpo preveduto, e la punta di Massimo si trovò cacciata fuori di linea. Volle rimettersi, saltando indietro; ma già quell’altro incalzava, e la spada di lui si piantò veloce nell’omero del mal capitato assalitore.
— E là! — gridò il cavaliere Buonsanti, com’ebbe aggiustata la botta.