— Toccato! — mormorò il conte di Riva.
I padrini si fecero avanti con le spade levate. Ma non era necessario; il cavaliere di Carpigliano si era tirato indietro, chiuso nella sua guardia, come in una botte di ferro. All’altro, per l’improvviso intorpidirsi dei muscoli, cadeva la spada di pugno.
Vennero a lor volta i dottori, per visitare la ferita, e riconobbero impegnato il deltoide. Non era neanche mestieri di dire che non poteva continuarsi il duello. La cosa parlava da sè. I padrini tennero un brevissimo colloquio, e poi, con molta solennità dichiararono l’onore soddisfatto.
Profonda o no, la ferita era buona, e l’aveva resa anche lunga la posizione quasi orizzontale del braccio quando la spada del Buonsanti coglieva il deltoide contratto. I vasi arteriosi lacerati davano sangue; il braccio era intormentito ed anche enfiato ad occhi veggenti, intorno ai margini della ferita. Massimo sopportò con grande animo l’esplorazione e la fasciatura; soffriva, ad ogni pressione, ma non diede un lamento. Lo sosteneva un orgoglio naturalissimo in lui, ed anche giustificato dall’occasione, poichè aveva fatti tre assalti, e con una delle prime lame del vecchio esercito piemontese.
I padrini vollero che i due avversarli si riconciliassero. Al cavaliere di Carpigliano la cosa non andava; ma il Pamparato lo aveva persuaso con poche parole all’orecchio.
— Non far parere le cose più gravi di quel che sono! —
Così il nostro Buonsanti si era adattato a far pace, ed aveva toccato la mano del conte di Riva.
— Con voi non ho più nulla, — disse questi, mentre i padrini andavano a prendere il suo soprabito, per gittarglielo sulle spalle. — Voi mi avete toccato, e sta bene. Ma c’è un altro che pagherà la festa.
— Un altro! — esclamò il cavaliere, aggrottando le ciglia. — E sarebbe?...
— Lo conoscete.