— Sì; — rispose il cavaliere; — di solito, quando le questioni si allungano, finiscono coi verbali. E questi si chiamano verbali, perchè sono scritti. Ma senti, Almerico; devi farmi un piacere: non parlarmi più della famosa questione. È sempre stato mio costume di rimettere ogni cosa nelle mani dei padrini, e il mio onore e le noie che lo accompagnano. Il duello è una seccatura; perchè raddoppiarcela, quadruplicarcela, centuplicarcela, prendendo parte con l’ansia a tutti i suoi preliminari? Dunque, se mi vuoi bene, parleremo d’altro, per oggi. Metti in capo, ti dico, e partiamo. —
Almerico non insistette; spiccò il cappello dalla gruccia, mise in capo, e seguì il cavaliere di Carpigliano. Ma egli era rimasto pensoso, e senza idee, come tutti coloro che pensano troppo. Non seppe suggerire all’amico un luogo dove potessero andare a pranzo. Del resto sarebbe stato inutile; il Buonsanti li passava tutti in rassegna e li rifiutava tutti. Caffè di Roma, caffè di Venezia, caffè Cavour, Mortèo, Le Venete, Bucci, l’Aquila, l’albergo di Milano, l’albergo del Senato, tutti luoghi dove solevano andare, dispiacevano per quella sera egualmente al cavaliere Buonsanti. Erano sempre pieni zeppi; ci si pigiavano sempre deputati, senatori, giornalisti, corrispondenti di giornali di provincia, insomma tutto il brulicame politico della capitale del regno. Il cavaliere voleva per quella sera un luogo tranquillo; e di tranquillo, a ben cercare, non c’era che Spillmann. I prezzi alti del luogo, aiutavano, mantenevano ancora là dentro un vuoto relativo. E dico relativo, perchè l’assoluto, come i fisici sanno, non è dato ottenerlo neanche sotto la campana di una macchina pneumatica.
Il pranzo fu, mi perdoni l’oste, scolorito ed insipido. Così è sempre, del resto, quando non assiste l’appetito e il buon umore non è stato invitato. Al Montegalda l’uno e l’altro mancavano. Il Buonsanti, checchè dicesse di una maledetta fame che aveva, era svogliato come tutti coloro che tornano da una grande impresa e pensano volentieri a quella: e se il buon umore lo portava sempre con sè, bisogna anche pensare che la tristezza di Almerico non gli dava occasione di metterlo fuori. Quel degno cavaliere, ricordando che quella sera bisognava andare al palazzo San Secondo, usava di tutta la sua eloquenza esortatoria per consigliare il Montegalda a parlare una volta. Almerico stava a sentire; non acconsentiva, non negava; scuoteva la testa, sospirava; ed era già molto, nella condizione in cui lo sappiamo.
L’innamorato è un essere che non agisce. Si direbbe che la più dolce delle umane passioni operi sull’uomo come certi veleni di specie narcotica. L’avvelenato d’amore ha intorpidito più particolarmente il sistema nervoso; istupidisce, non sa cavarsi da nessuna difficoltà, s’affogherebbe in un bicchier d’acqua. Ordinariamente ha gli occhi fissi, il polso teso, un senso di gravezza al cervello, una prostrazione invincibile per tutti gli arti; non sorride, non si anima un pochettino, se non quando gli parlate dell’oggetto amato. Nel complesso, sente una gran propensione ad astrarsi, qualunque sia l’occupazione. È sommamente pericoloso, allora, dargli da fare delle operazioni aritmetiche. Egli sarebbe capace di non ricordar più neanche la tavola pitagorica. Dategli piuttosto da guardar nello spazio e da far castelli in aria: unica cosa in cui riesca. Un simile stato psicologico dura quanto può durare; non c’è modo di determinarlo con sicurezza. Raramente, per fortuna, l’avvelenamento d’amore è seguito da morte, qualche volta da matrimonio. E questo io auguro di gran cuore a tutti gli avvelenati d’amore, se le rispettive condizioni di stato civile son tali da favorire questa felicissima risoluzione del male.
Almerico di Montegalda era innamorato a buono e presentava tutti i sintomi più gravi di quel genere di avvelenamento. La cura proposta dal cavaliere di Carpigliano era ottima, non c’è che dire, ma anche la più difficile di tutte. Far parlare i muti, e camminare i paralitici, che diamine! Non c’è niente di meglio per guarire il mutismo e la paralisi. Tutto sta a cominciare.
Frattanto erano giunte le sette. Un rivenditore di giornali osò entrare nello stanzino, per offrir la sua merce. Almerico, seguendo l’abitudine, diè il soldo e prese il giornale. Il Buonsanti continuava la sua predica; Almerico rispondeva di tanto in tanto a monosillabi, a scrollate di testa, e dava un’occhiata distratta al foglio che aveva comprato. Così giunse alla terza pagina, dov’era la cronaca di Roma. Un titoletto breve, ma chiaro, che spiccava sugli altri, nel suo tondo caratterino egiziano, trattenne gli occhi del Montegalda. Lesse, e subito diede in un grido di stupore.
— Che c’è? — domandò il Buonsanti, lasciando in tronco una sua bella dimostrazione.
— C’è, — rispose Almerico, — che tu non mi hai detto il vero.
— Di che?
— Leggi! —