Il cavaliere prese il giornale e guardò in quei punto dove Almerico accennava. L’indicazione era chiara: duello. In cinque o sei righe era detto ogni cosa; i duellanti indicati nelle loro iniziali e nei titoli; non dimenticato il luogo dello scontro; detta l’arme e la qualità della ferita, che il conte di R. aveva toccata; solamente si mostrava ignoranza intorno alle cagioni del duello, lasciando intravedere che si trattasse delle conseguenze di una discussione politica.
— Ah, linguacciuti! — borbottò il cavaliere.
— Ma dicono il vero; — rispose Almerico. — Perchè volevi tacermelo?
— Oh Dio! per aver pace, come il fiume Po, coi «seguaci sui». Tu sei tanto tenero per quel tuo conte di Riva!
— Tenero o no, se c’era qualcuno che dovesse battersi con lui, — replicò Almerico, — quell’uno ero io.
— Ah sì! proprio, sarebbe stato un bel fatto.
— Eh, infine, si crederà....
— Che cosa? non ci mancherebbe altro che si credesse il vero: cioè che tu, nella tua condizione d’innamorato, non capisci nulla di nulla. Ma non intendi, ragazzo mio bello, che dopo tutto quanto era avvenuto dovevo battermi io? Se ti battevi tu, vediamo, che cosa si sarebbe detto dalle anime caritatevoli, di cui il mondo è pieno? Che tu avevi bisogno di lavare qualche cosa nel sangue, prima di dare il tuo nome....
— Un’infamia! — interruppe Almerico.
— Ah, bravo! ho piacere che tu lo dica: un’infamia! Ed io l’ho tolta di mezzo.