— Ma quell’altro.... — rispose Almerico. — Che penserà egli di me? In che condizioni mi hai tu posto di fronte a lui? Dovrò mettermi a sua disposizione, per quando sarà risanato.

— Senti! — disse il Buonsanti, spazientito. — Per provvedere all’onor tuo, vuoi batterti con me? Non alla spada, intendiamoci; con te mi batto alla sciabola; ti taglio la testa, e te ne appiccico un’altra, che ragioni un po’ meglio. Che diavolo! hai tanto bisogno di duellare? Letica sul conto e battiti col cameriere. Oppure, esci sul Corso, e dichiara al primo che incontri che la sua faccia non è quella di un antico romano. Ti permetto questo, e quell’altro; sarà sempre più savio di ciò che vorresti fare. —

Capì il Montegalda di non aver ragione? O aveva il suo disegno formato nella mente? Comunque fosse, chinò la testa e disse al Buonsanti:

— Lasciamo correre, e non se ne parli più.

— Ah, bene, lasciamo correre; è il partito migliore; — rispose il Buonsanti. — E andiamo dalla duchessa, che vorrà sapere qualche cosa, dopo ciò che è avvenuto iersera. —

Almerico non aveva più volontà; si lasciò condurre al palazzo San Secondo. Ma là, davanti al portone, il cavaliere di Carpigliano pensò saviamente che la duchessa poteva aver letto qualche giornale della sera, e che non era conveniente per lui di andar subito alla sua presenza.

— Precedimi! — diss’egli. — Hai da raccontare.... da spiegare tutto quello che è avvenuto. Capirai!... non è bene che io sia il narratore. Io verrò poi, fra mezz’ora.

— Ma io.... — balbettò Almerico.

— Ma tu mi farai il piacere d’andar primo; — replicò il cavaliere. — Che amicizia è la tua, che mi ricusa questo servizio? Potrei dirti ancora: che amore è il tuo? Ma su questo tema ci sarebbe troppo da aggiungere. Va là, finiscila; se no, credi, ci guastiamo davvero. —

Almerico non sapeva risolversi.