— Sempre lo stesso! — esclamò il Montegalda, abbracciandolo. — E che cuore, il tuo!

— Adagio! non mi sciupare. Dimmi piuttosto come vanno le cose tue.

— Caro mio, sono un altr’uomo.

— Ah, sia lodato il cielo; perchè finora, a dirtela schietta, non mi parevi neanche un uomo. E quando facciamo le nozze?

— Non ti so dire. So che ho parlato.... come mi sia venuto il coraggio, lo ignoro. Ma ho detto tutto quello che sentivo; e iersera, prima di andare a letto, ho scritto a mio padre, sollecitandolo a venir subito a Roma.

— Bravo! per non perder tempo! Così mi piace; — disse il Buonsanti. — Sei lento a risolverti, Almerico; ma quando ti sei risoluto, avanti Savoia! Ti seguirà così svelto, il vecchio Montegalda, in questa carica alla baionetta?

— Mi ama; — rispose Almerico; — l’ho scongiurato di non ritardare un giorno; verrà. —

Almerico aveva ragione a confidare nella sollecitudine di suo padre. La lettera era così ardente, che il vecchio Montegalda capitò a Roma quarantott’ore dopo. E da una parte e dall’altra non si poteva fare più presto di così.

Quindici giorni dopo era annunziata alla duchessa Serena la visita di Sua Eccellenza il ministro di grazia e giustizia. Non doveva giunger nuovo l’annunzio, poichè la cosa era stata condotta a quel termine dal cavaliere di Carpigliano. Nè parrà altrimenti strano che il guardasigilli conoscesse la donna gentile che doveva portare il nome del suo segretario ed amico.

— Signora duchessa, — disse il ministro a Serena dopo i convenevoli d’uso ed altri discorsi che per brevità si ommettono, — il conte di Montegalda vuol rinunziare all’uffizio, abbandonare l’ordine giudiziario, in cui aveva fatto già tanto cammino. È possibile? Io, non accettando la sua rinunzia, gli darei due mesi di congedo, come si usa alla Camera dei Deputati. Ma sarò io ancora ministro allo spirare del termine? Mi permetta Lei che io faccia diversamente, mandandolo sostituto procuratore del re. Per uno sposo nelle sue condizioni, per un uomo felice, veramente e degnamente felice, è poca fortuna, questa, e temo che sia ancora gran noia. Ma io penso, signora, che se egli è ricco di casa sua, la sposa lo è più di lui. Voglia considerare questa circostanza. Aggiunga poi che l’ozio non gli conviene. È giusto che l’uomo lavori; per un uomo come lui, la cosa è più che mai necessaria. Obbligo di buon cittadino e ragionevole amore di gloria debbono sconsigliargli questa rinunzia ad un modo. Ella non crederà, signora, che l’amor della gloria faccia contro all’amore di una donna. Sono due amori che possono vivere insieme, rinvigorirsi l’un l’altro e confondersi. Io non ho lavorato mai così bene, come quando ero innamorato. Tra un periodo e l’altro delle mie faticose scritture, mormoravo un nome, e ciò mi dava forza; tra una frase e l’altra de’ miei troppi discorsi mi balenava davanti agli occhi una immagine cara, e ciò mi dava coraggio.