— O nuova o vecchia, è la buona! Quando un metallo si trova nella miniera mescolato ad un altro, sai che si fa? Si manda nel forno, a farne la separazione. Coi mezzi appropriati che io non ti ho da dir qui, il piombo si manda di qua e l’argento di là. Che cos’altro ho da aggiungerti? Ho amata quella donna: sì, l’ho amata come un pazzo; ho pianto, ho ruggito, ho sofferto, ho fatto delle vite orribili, delle vite infernali. Ella vedeva tutto ciò; aveva l’aria di compatirmi. Dico l’aria, perchè di parole non ne ho sentito pur una. Erano balsami che teneva sotto chiave, a quanto pare! Poi il caso l’ha fatta libera. Era il momento di parlare, Dio mio! almeno di dirmele, quelle buone parole! Ebbene, vuoi saperlo? Sempre quella di prima. Cortesie, gentilezze, desiderio di vedermi quel giorno, e il giorno dopo... e nient’altro. Dicevi una parola più ardente del solito? Calma, vi prego! Perdevi a dirittura le staffe? Mio Dio! non fate così; abbiate un po’ di pazienza. Caro mio, ne ho avuta della pazienza! Ma proprio allora mi sono convinto che quella donna aveva fatto il suo calcolo.

— Tu, ne avevi ben fatto un altro! — osservò placidamente Almerico.

— No, ti assicuro. Io amavo. Chi ama non calcola, — sentenziò Massimo con la sua sicurezza maravigliosa.

Almerico non ne era troppo persuaso, e tentennò la testa, prima di rispondere al ragionamento di Massimo.

— Capisco, — diss’egli, — capisco per l’uomo. Come potrebbe mai calcolare, in questi momenti difficili, egli che di questi momenti ne ha avuti dieci, venti, forse più nella sua vita?

— Tu mi biasimi! — esclamò Massimo, che sentì l’ironia.

— Un pochino, — rispose Almerico. — O piuttosto, vediamo diversamente, su questo particolare, ed è naturale che io te lo confessi; il che non toglie che io ti voglia bene egualmente.

— Ah sì! Non ci mancherebbe più altro che per un modo diverso di pensare intorno alle donne noi non fossimo più amici! — gridò Massimo, riscaldandosi a freddo. — Io, vedi? ho dell’amore un’opinione mia, che credo giustissima. L’amore è una passione ardente, che è accesa dal desiderio. Ciò non è bello, lo so, ma è vero. Comunque sia, il giuoco potrebb’essere leale, se ci fosse sincerità da una parte e dall’altra. Ma questa sincerità, che in noi è grandissima (e chiamala pure brutalità, purchè tu la veda sincera), non è egualmente nelle donne, ed io, per la parte mia, ne so qualche cosa. Giuocano, sì, ma per amore del giuoco; se guadagnano, vogliono tutta la posta tua; se pèrdono, non vogliono pagar che l’invito. È un giuoco, e sia; si ha da vincere, o si ha da perdere, passi ancora; ma, vivaddio! si vinca o si perda, non bisogna esser vittime. Così la penso io in amore. Ma nell’amicizia! — gridò Massimo, infervorandosi. — Nell’amicizia è un’altra cosa. Io, lì, sono costante, e mi dò tutto intiero. Quando ho detto ad un uomo: «siamo amici», quando ho posta la mia mano nella sua, è un contratto per tutta la vita. Non mi credi?

— Ti credo; — disse Almerico, prendendo la mano che Massimo gli offriva. — È qualche cosa esser costanti in un affetto, fra tanti!

— Lord Byron lo ha detto; — replicò Massimo. — L’amicizia è l’amore senz’ali.