— Non ne so nulla. Si chiacchierava così bene, che ho dimenticato l’orario e le convenienze europee.

— E mister Lockwood?

— Oh, quello si vede poco. L’ho incontrato solamente alla seconda visita. Mi ha dato una stretta di mano.... una stretta! Figùrati che la sento ancora. Dev’essere un uomo sincero, mister Lockwood. Dei nostri costumi sa poco o nulla. Mi ha domandato se da noi c’è differenza di grado tra conte e marchese, o tra marchese e duca. Gli ho spiegata la cosa per filo e per segno. Una volta, sì, quando ai titoli corrispondevano gli uffici, la differenza c’era; oggi non son più diversi che i nomi. «Capisco, — mi disse, — non significano più nulla. Eppure, vi raccomando di non buttarli via: una corona sta bene, allo sportello della camozza».

— Saggio americano! — esclamò il Montegalda. — Come vede subito il lato pratico delle cose!

— Ritorniamo a miss Madge; — riprese il conte di Riva. — I parenti sono due strane figure, in verità! e non si capisce come da un così ruvido tronco sia nato un fiorellino così gentile. La rosa dal ramo spinoso, capisco.... la gaggìa.... la «mimosa pudica».... Ma vedi, Almerico? Queste son tutte immagini scolorite di ciò che appare quella stupenda creatura, in mezzo ai suoi rispettabili genitori. Egli è rustico, si conosce alla prima: non s’intende che di dollari. Chi sa? era forse un minatore, innalzato dalla fortuna, che è cieca. Il senso degli affari, lo ha, e molto, sviluppato; ma si vede chiaro che la sua intelligenza non s’è accresciuta che di lì, lasciandolo corto in tutto il resto. La madre, poi, non è nulla; forse era una buona diavola di cameriera, che oggi, trovandosi tante volte milionaria, e non volendo sfigurare in mezzo alla gente colta d’Europa, sta più zitta che può. È un portadiamanti, un servizio da tè, una dama di compagnia, e fermi lì, non le domandiamo più altro, alla povera mistress Lockwood. Ma sua figlia! sua figlia! Io ne son pazzo, Almerico, e sento che morrò di dolore, o d’invidia, se miss Madge non diventerà la contessa di Riva. Capirai che non ho indugiato molto a spiegarmi, rimanendo solo così lungamente con lei. Si parlava dei monumenti, dei capilavori d’arte, che sono sparsi con tanta profusione per tutta l’Italia. Ah, signorina! — le dissi. — Quanti de’ suoi tesori artistici ed archeologici non darebbe l’Italia, per possedere eternamente miss Madge! Ella sorrise, e chinò la fronte, con atto di cara modestia. «Veramente?» mi rispose. Io, vedi, quel suo «veramente?» non te lo so esprimere in tutta la sua grazia, in tutta la sua soavità incantevole.

— Te lo avrà proferito a denti stretti e con le labbra un pochino aperte, secondo l’uso della razza anglo-sassone; — disse Almerico.

— Sì, come tu vuoi; — rispose Massimo; — ma aspirando con amabile lentezza le due prime sillabe, e poi mollemente scivolando sulle due ultime, e trasformando in un suono indistinto l’ultima «e». Caro mio, lèvati dal capo i tuoi pregiudizi.... fonologici! È bella, sommamente bella, una parlata a denti stretti e a labbra aperte, quando i denti sono trentadue perle, e le labbra due pètali di rose.

— Allungati, non è vero? — disse Almerico. — Bisogna immaginarli allungati, per adattarli alla forma della bocca. Del resto, hai rinunziato alla eterna citazione del corallo, ed io te ne ringrazio.

— Incorreggibile! — mormorò Massimo. — Le dissi ancora ch’ella era in Roma l’ammirazione di tutti, che molti l’avrebbero amata, ma che per un cavaliere di mia conoscenza la cosa era già fatta. — «Veramente?» mi rispose ancora. E sorrise, ed arrossì, come.... Va là; ti risparmio il paragone. Tanto, non se ne troverebbe uno adattato.

— Veramente? veramente? — ripetè a denti stretti Almerico. — E non ti disse mai altro?