— Mai altro; — rispose Massimo. — E che cosa avrebbe dovuto dirmi di più?
— Capisco, sì, una fanciulla!....
— Ah, manco male! Ma dopo tutti i suoi dolcissimi «veramente», i suoi amabili rossori e i suoi divini sorrisi, mi disse che la mattina seguente dovevano andare ai musei Capitolini. Mi offersi cicerone, e fui naturalmente accettato. Che ingegno! che sentimento! E ancora, che cognizioni! Riconobbe i Diòscuri e Marc’Aurelio alla bella prima.
— Sfido io! con tanto di «Baedeker»! — esclamò il Montegalda. — Chi non è erudito, oramai? Ti parlano del Gladiatore morente, del Satiro di Prassitele, del sarcofago di Agrippina, e di non so quant’altre cose, tutti i droghieri viaggianti del vecchio mondo e del nuovo.
— Vero; — disse l’altro; — ma miss Madge va più oltre dei nomi; ha la sua storia antica sulla punta delle dita. E che dita, a proposito!
— Affusolate, si capisce.
— E alabastrine, e venate d’azzurro, e unghiate di rosa, gentili come il raso, morbide come la giuncata.
— Un po’ troppo, questo, un po’ troppo! — osservò Almerico. — Tira via. Dicevi dunque, una grande erudita....
— Ma niente noiosa, mio caro! Miss Madge ha l’erudizione delicata, che volge facilmente alla poesia, all’entusiasmo. Tu dirai quel che vorrai; ma è sempre piacevole una bella creatura che non ignora nulla di ciò che ammira con te, e che sarà capace di partecipare a tutte le tue commozioni, mentre si avanzerà sospesa al tuo braccio, argomento d’invidia a tutti gli astanti. Quando fummo davanti alla Venere Capitolina, sai, gliene ho detta una....
— Più forte delle altre, m’immagino.