— Quella di far bruciare le vedove sui roghi dei loro rispettivi mariti.
— Ah sì! — esclamò Massimo.
— E aggiungerei, per mostrarmi imparziale, — ripigliò Almerico, — che i vedovi a lor volta fossero bruciati sul rogo delle rispettive mogli. —
Massimo non mostrò di gradire la seconda parte della nuova legge, come aveva gradita la prima.
— La cosa è da proporsi; — continuò Almerico. — Tanto più ora che in ogni città italiana è nata una società col pietoso intendimento di sbrigarsi dei morti col metodo antico ed accetto della incinerazione. Là, dentro con le mogli, nel forno crematorio, i mariti superstiti! Sarà anche un bel modo per non avere tra i piedi un così numeroso stuolo d’inconsolabili. Che bella e commovente cerimonia! Fuori di celia, — soggiunse Almerico, — c’è del vero, in quella tua distinzione. Le ragazze han diritto di amare e di farsi sposare, non solamente come tutte le altre donne, ma molto di più, perchè esse dànno il fiore della loro esistenza all’uomo che amano. Il resto.... il resto non si considera che come un grazioso e piacevole scambio di galanteria. Per gli uomini, si capisce. E noi due, qui, siamo uomini, e ragioniamo da uomini. Mio caro, — esclamò Almerico, sospirando, e cambiando tono ancora una volta, — tu sei Massimo di nome, ma non sei l’ottimo degli amanti per la duchessa Serena. Ed ora, vediamo un po’, ragioniamo sul sodo, come te ne esci?
— È quello che mi domando, e che domando a te: come ne esco?
— Con una scenata, in cui il torto sarà tutto dalla parte tua; non vedo altra via.
— Ed è brutta, — disse Massimo, — ed è anche difficile. Come farla nascere, questa scenata, con una donna che non si lagna, che sta lì fredda, da due mesi, immobile come una statua, vedendomi tutti i giorni ed aspettando una parola, che io non posso più dire, e non voglio? Ci vorrebbe.... so io quel che ci vorrebbe.
— Parla; giudicheremo; — rispose Almerico.
— Ci vorrebbe una bella invenzione.