— Una bugìa?

— Pietosa, nella sua crudeltà; — disse Massimo; — del resto, una bugìa la quale non nuocesse che a me, nella stima del mondo. Una grossa perdita al giuoco; la rovina.... il bisogno di nascondermi.... di cambiar paese....

— Dio! anche di queste? — gridò il Montegalda, levando gli occhi ai cassettoni del soffitto.

— Eh, caro mio, per uscire da un guaio come questo, non so che cosa farei! Credi pure che io sono come l’uomo che affoga. Mi attaccherei perfino ai rasoi.

— Veramente, — osservò Almerico, — è difficile che l’uomo, in quel brutto momento, trovi di simili arnesi a fior d’acqua. —

Massimo diede in uno scoppio di risa, a quella osservazione dell’amico, che gli mandava a male il più stravagante de’ suoi paragoni.

— Mi fai ridere, e non ne ho voglia; — disse egli. — Son disperato. Perchè non potrei esserlo al proprio, se lo sono al figurato? Metti che io abbia perduta una grossa somma al giuoco, e che io non possa pagarla, se i miei non m’aiutano. Ora, perchè essi m’aiutino, una lettera non serve; è necessario che vada io; ed è ancora dubbio se riescirò ad intenerire due avarissimi zii. Quanto al mio patrimonio.... ipotecato, non c’è più da contare.

— Veramente? — disse Almerico.

— Metti che sia così; è la conseguenza necessaria dell’invenzione. In queste circostanze, io non ardisco presentarmi alla duchessa. Sono più che un uomo rovinato; sono un uomo che per molto tempo ho lasciato credere di star bene, probabilmente col mio secondo fine; ma questa perdita improvvisa, rendendomi impossibile di continuare l’inganno, aiuta pur troppo a scoprirlo. Un uomo di spirito non si vergogna di confessare un rovescio di fortuna; ma nessuno vuole arrossire davanti ad una donna, lasciandole scorgere che la rovina era già antica, e che egli edificava sul falso. Ti capacita?

— Eh, capisco che se fosse vera, tu non dovresti aver più il coraggio di presentarti. Ma non è vera, e tu, per non arrossire in presenza, ti fai disprezzare da lontano.