— Ebbene, — disse Massimo, — io ammetto che la cosa vada come tu prevedi. Ma qualcheduno ci vuole, per aiutarmi. Quanto a me, non posso andarci. Fossi matto! Ho parlato tanto, che non saprei come liberarmi dal viluppo delle mie parole.
— C’era il miele, nelle tue parole! — esclamò il Montegalda. — Il miele è appiccaticcio.
— Bella scoperta! Ma tu che la fai, devi anche intendere che io non posso più presentarmi. La fuga è il minor male; ma la fuga non salva ancor nulla, se un amico non s’intromette e non parla per me.
— Sì, con la bugìa! — disse Almerico. — Perchè non puoi caricartene tu? scrivendo, per esempio?
— Scrivere! che cosa?
— Quello che hai detto a me. —
Massimo stette alquanto sovra pensiero; poi disse risoluto:
— Si può farlo. Dammi un foglio di carta.
— È tutta con le mie iniziali. Scriverai domattina. Intanto, la notte porta consiglio, e penserai meglio alla sciocchezza che vuoi fare.
— Oh, ci ho pensato abbastanza. Tieni bene in mente ciò ch’io ti dico. O tu mi rendi il servizio da amico che ti chiedo, aiutando le cose a cader dolcemente; o io le fo cadere rumorosamente, e penso in cuor mio che tu, per essere un amico d’infanzia, potevi trattarmi un po’ meglio. È un inferno, caro mio, continuare così, ed io non ci posso durare.