— Oh, non sarà il caso, — replicò Massimo, inalberandosi. — Che vuoi, che mi dicano di no? Miss Madge mi vede volentieri; è lei che mi ha parlato di Napoli, manifestando il desiderio di avermi per guida. La madre, dopo che ho ballato con lei, non vede altri che me. Figùrati! dice che gl’italiani non sanno ballare, e che io solamente so. A dirtela in confidenza, così asciutta come pare, è una foca, ed io ci ho preso un dolore al braccio, per farla girare. Quanto al padre, che ti dirò? L’americano è felice, perchè farà la figliuola contessa. Io, da ultimo, vorrei esser re, per farla regina. Vedi dunque che l’accordo è perfetto.
— Egregiamente! — disse Almerico, che si sentiva stanco di quella lunga chiacchierata. — Come scriverai?
— Come vorrai tu, — rispose Massimo.
— Io, caro amico, ti prego a credere che non vorrò nulla. Sei tu che crei questo nuovo mondo, per liberarti dal vecchio.
— Hai ragione. Scriverò dunque press’a poco in questi termini. Una disgrazia.... son rovinato.... debbo partire sul momento. O salvarmi, se ci riesco, o sparire. Il conte di Montegalda che ha il mio segreto....
— È troppo, — interruppe Almerico. — Io non ho altro segreto se non questo: che la tua è un’invenzione. Cambia, te ne prego.
— Ebbene, — ripigliò Massimo, — diremo così: il conte di Montegalda, a cui ho narrato queste cose, potrà dirgliene più lungamente. Io non potrei farlo, nello stato in cui sono. Eccoti dunque il concetto; — concluse Massimo, — scriverò la lettera domattina, la manderò, e sparirò.
— Ci penserai prima, non è vero, — disse Almerico, — ci penserai ancora due volte? —
Massimo di Riva era ostinato; gli pareva di avere architettata una favola stupenda. Conosceva il Montegalda per un savio giovanotto, per un amico buono e compassionevole. «Egli aggiusterà tutto» concluse Massimo tra sè, prendendo congedo dal suo compagno d’infanzia.