Almerico di Montegalda era rimasto pensoso. Che stravaganza, quella di Massimo! E così, come i bovi, quando li ha pinzati l’assillo, così gli uomini, dunque! Un bel caso per la scienza moderna, che riduce tutte le azioni degli uomini ad una maggiore o minor quantità di pazzia! Amato da una delle più belle donne di Roma, che era per giunta una donna notevole per altezza di pensiero, per delicatezza di sentimento e per dignità di carattere, vicino a raccogliere il premio legittimo di una corte assidua che lo aveva tanto onorato, il conte Massimo di Riva, mutato da un giorno all’altro, se ne andava sulle orme di una bionda straniera, che gli aveva detto: «veramente?» a denti stretti, e della cui famiglia non conosceva niente più dell’albergatore che le aveva affittato il quartiere sul Corso, o del banchiere presso cui era accreditata? Ah sì, davvero, un bel caso di pazzia! E come aveva ragione la scienza moderna a concludere che non ci sono teste sane per tutti i trecento sessantacinque giorni dell’anno!

Questo era, se è lecito di chiamarlo così, il pensiero filosofico di Almerico di Montegalda. Per solito, filosofiamo sui casi degli altri; ma non ci è dato di filosofare egualmente sui nostri. Almerico provava tutte le ripugnanze della difficoltà, o, se volete meglio, tutte le difficoltà della ripugnanza, ad eseguire la commissione di Massimo. Si può e si deve render servizio ad un amico, accompagnandolo in una congiuntura solenne, assistendolo in un momento critico, e magari coprendolo discretamente in un giorno felice. Ma andar per lui da una dama, e dire a questa dama: «badate, egli è partito, ed ecco qua le ragioni che debbono consolarvi», è un.... che so io? un altro paio di maniche. Dirle una bugìa sarebbe ancora il meno. Ma doverla dire, con aria di compassione, ad una donna come la duchessa di San Secondo, non era solamente un altro paio di maniche; era addirittura un abito nuovo, e non tagliato per lui.

Almerico andava in casa della duchessa, ed anche con una certa assiduità, come sapete; ma non aveva altrimenti confidenza con lei. Le persone educate, nelle loro relazioni sociali, si somigliano un po’ tutte; e le signore, che si vedono soltanto nelle loro ore di ricevimento solenne, hanno tutte una medesima figura morale. Chi può dire di conoscere una donna, dopo averla veduta cinquanta volte in società? È facile ad un uomo, in società, di mostrare i propri difetti; la donna sa nascondere molto bene anche quelli, ed anche quando lascia scorgere i minori, i più comuni, che sono poi come gli spiccioli della sua moneta, destinati ai bisogni della conversazione, ella non mostra mai il suo intimo carattere, nè quel complesso di linee, di angoli e di sottosquadri, che formano la personalità vera, sotto la maschera gentile ma fredda, sorridente ma inanimata, della gran dama pel consorzio de’ suoi pari, che potrebbero anch’essere i suoi inferiori. Come avrebbe accolti la persona vera i discorsi ch’egli, povero Almerico, doveva fare alla donna da lui conosciuta, cioè alla dama di tutti i giorni di ricevimento, alla superficie, alla maschera?

Almerico di Montegalda ci pensò una notte e un giorno, senz’altro risultato fuor quello di lasciare senza i promessi aiuti l’amico. Aveva tradito tanto l’amore, il signor Massimo di Riva, che l’amicizia poteva tradire un pochettino anche lui. Almerico non andò quel giorno, nè il giorno seguente, a visitar la duchessa. E non era mica colpevole di mancata parola. Due volte si era incamminato; ma, giunto davanti al portone, aveva dovuto ritornarsene indietro.

— Ah, perdio, non me la sento! — esclamò egli, la seconda volta che fu appunto il secondo giorno dopo il suo colloquio con Massimo. — Ho promesso più che le mie forze non permettessero. Ho poi veramente promesso? Sì, mi pare, gli ho detto, per farla finita con le sue sollecitazioni, che avrei appoggiata coi miei discorsi la sua lettera. Ma è proprio necessario che vada io incontro alle difficoltà? Mettiamo che la duchessa non mi dica niente di averla ricevuta, che non mi parli nemmeno di lui; dovrei io, in questo caso, parlare? No, di sicuro. Dunque, è chiaro che non sono neanche obbligato a correre da lei. Veramente, per esser giusti, non si tratta più di correre, poichè un giorno è passato, e l’altro s’incammina a tenergli dietro. Ma infine, e che per ciò? Massimo ha scritta ieri la sua lettera. Io andrò domani.... o doman l’altro. Tanto, diciamo le cose come stanno, io non so ancora la parte. —

Con questi ragionamenti aveva messo lo spirito in pace. Una pace relativa, come tutte le paci di questo mondo! Il terzo giorno, andando al Ministero, trovò sulla scrivania del suo studio una lettera, che gli fece inarcare a tutta prima le ciglia. La busta era di carta greggia, di filo, coi margini diseguali ed intatti, vera carta a mano, secondo lo stile antico, rimesso oggi in onore; ma, per dar tono di eleganza all’anticaglia, quella busta portava sul capo del suggello un gonfaloncino in rilievo, che i suoi nobili possessori avevano inalberato, come parte dell’arma di famiglia, dopo una certa battaglia navale contro i Turchi, in cui uno dei loro ascendenti aveva combattuto al fianco di Marcantonio Colonna. Sul gonfaloncino era posto «in abisso» lo stemma di rosso, al leone rampante d’oro, addestrato dalla mezzaluna d’argento. Arme parlante, se altra fu mai. E parlante sopratutto agli occhi di Almerico, che riconobbe lo stemma dei signori di San Secondo.

Tremò, il giovanotto, e aperse la busta con un’ansia indescrivibile. Pochi versi erano scritti nel foglio, e si leggevano presto; ma egli si fermò un istante a considerare il caratterino nervoso della duchessa Serena, che nel momento in cui aveva scritto non era certamente in uno stato d’animo pari al suo nome.

Ed ecco, mentr’egli considera, io vi riferisco, senz’altri ragionamenti e supposizioni, la lettera della signora duchessa:

«Signor conte,

«Mi hanno scritto che voi sapete una cosa utile a conoscersi, e che potrete riferirmene i particolari un po’ meglio che non mi siano stati accennati. Quando vi vedrò? Sono in casa tutti i giorni, e vi aspetto. Potendo aiutarmi a fare un’opera buona, verrete con la maggior sollecitudine, non è vero?