«Saluti amichevoli.

«Serena di San Secondo.»

Almerico lesse, rilesse e poi tornò a leggere, rimanendo anche un po’ istupidito, davanti a quei caratterini nervosi.

— E adesso, che si fa? — aveva l’aria di dire. — Non c’è più da rimandarla da oggi in domani. Io so.... quello che so, pur troppo; ma apparentemente non posso saper niente più di quello che hanno scritto a lei. Basta, ci penseremo; ora lavoriamo. Sua Eccellenza non tarderà molto a venire, e bisognerà avergli finita la relazione. —

Il ministro non ci aveva Camera, poichè, se ricordate, si era nelle vacanze di Natale e Capo d’anno; perciò lavorava e faceva lavorare. Ma quel giorno si avvide che faceva lavorare senza buon frutto il suo segretario particolare. Almerico ci aveva messa tutta la sua buona volontà, ma era facile d’indovinare che il poveretto aveva la testa a tutt’altro.

— Conte, — gli disse il ministro, — oggi avete le lune.

— Le mezze lune, — fu per rispondere Almerico; ma si trattenne in tempo, e balbettò qualche parola di scusa.

— Bene; — ripigliò il ministro; — quando non si può, non bisogna sforzare la mente. Anch’io mi sento i nervi in trambusto. Se vorrete, andremo a fare una scarrozzata.

— Eccellenza.... — rispose Almerico, — quest’oggi in verità.... qualche faccenda di famiglia....

— E perchè non dirlo subito? — interruppe il ministro. — Se è cosa in cui un amico possa servirvi, son qua, fate assegnamento su di me. Se non posso servirvi, come mi par d’intendere dalla vostra mimica, mio caro conte, non voglio trattenervi; andate.